Tecniche di seduzione

September 20th, 2012 at 6:46 | 4 comments

Alle superiori ero un ragazzo timidissimo e convinto di non poter piacere ad alcuna ragazza al mondo. Solo nell’ultimo anno qualcosa cambiò e mi venne il dubbio che forse a qualcuna, in fondo in fondo, non dispiacevo.

All’università cominciai a provare a fare qualcosa di più ma non è che mi venisse bene. A differenza di me, il mio amico Mimmo, era uno sciupafemmine. Ne cambiava una  a settimana e nel frattempo manteneva varie storie parallele. Non riuscivo a capire come fosse possibile che a me non riusciva di beccarne una e lui ne beccava cinquanta in un anno. Dovevo proprio avere qualcosa di sbagliato.

* * *

Il primo grande amore della mia vita si chiamava Luigina. Era una ragazza molto bella, con un carattere forte e concreto. Io ero invece timido e sentimentale. Una accoppiata che però funzionava bene.

Quando ci lasciammo, dopo quasi sei anni di storia, la notte di Capodanno del 1988, io restai come impietrito. Si era innamorata di un altro e non mi voleva più. Uno shock, di quelli che ti costringono a rivedere le tue posizioni.

Allora, tornando a girare per l’università — che io ho frequentato per molti anni perché mi interessava di tutto meno che la laurea — ho capito che dovevo imparare osservando gli altri. Così presi a mettermi nei bar e studiare i comportamenti, capire quali erano gli approcci che funzionavano, analizzare le mosse di quelli che acchiappavano come niente. E pian piano cominciai a definire una serie di tecniche ben precise.

Man mano che capivo provavo ad applicarle per vedere come andava. Non era facile, perché a quei tempi il punto debole era l’approccio iniziale. Ma se quello riusciva, ed in quello io ero bravo ad inventare le peggio frottole, poi le tecniche davano buoni risultati. Alcune erano spettacolarmente efficaci. Quella che adottavo praticamente sempre, quando una ragazza era abbastanza vicina da essere baciabile, era di dirle con voce lenta, bassa e sicura una cosa tipo:

Sai che mi ricordi la mia prima ragazza?
Quella del primo bacio.
E’ proprio vero che il primo bacio non si scorda mai.
Tu, te lo ricordi? Certo che te lo ricordi.
Se ci pensi, è come se lo vivessi adesso.

A quel punto lei riviveva il bacio, le scattavano chissà quali ormoni e si squagliava, e il più delle volte era lei ad avvicinarsi per farsi baciare. Una vittoria praticamente certa.

* * *

Dopo qualche anno di storie casuali, di amanti fidanzate e sposate, di donne di età variabile fra i 20 e i 40 anni, mi innamorai di Ginevra.

Lei era alta, molto intelligente, vivace e divertente. Mi piaceva il suo modo di stare nel gruppo, di fare la pagliaccia e fare baldoria. Ma la nostra storia si stava avviando verso un percorso stranissimo. Ci si vedeva oramai quasi tutti i giorni, ma non si quagliava nulla. Un giorno pensai che bisognava comunicarle che quella era una relazione sessuale e non amicale. Mi dissi che non è che le tecniche si devono usare solo per trombare le sconosciute. E allora mi misi di punta dicendo che quel giorno avrei agito.

Quel pomeriggio lei mi accompagnò a casa con la sua macchina. Al momento di salutarla usai un’altra tecnica di quelle che funzionavano sempre: il bacio umido.

Eravamo in macchina, stavo per uscire, prima di farlo mi inumidii le labbra, mi protesi verso di lei, le baciai la guancia con la massima innocenza del mondo, uscii dalla macchina e andai via. Non ho visto la sua reazione, ma sono sicuro di averla turbata fortemente. Perché il bacio umido non ha niente di innocente, è un bacio fortemente sessuale. E quella sera, quando ci rivedemmo, non ci fu scampo. Aveva abboccato all’amo.

* * *

Sfortunatamente nessuna storia dura per sempre. Dopo dieci anni ci lasciammo perché proprio non si riusciva a stare insieme senza avere una qualche discussione continua.

Dopo qualche mese, un caro amico ed ex-collega, Lorenzo, mi chiama per dirmi che ha in mente un progetto strepitoso e per farlo c’è bisogno di uno che faccia il backend, io, e di qualcuno che faccia l’interfaccia in Flash. Per questo ruolo, mi parla di una ragazza americana, un vero genio. Secondo lui avremmo costituito un super team.

Devo dire che non è che l’idea in sé mi entusiasmasse, ma Lorenzo era un buon amico e non volevo deluderlo.

Il giorno dell’appuntamento in cui ci saremmo dovuti incontrare lui, io e la ragazza americana, ero in ritardo mostruoso. All’ora dell’appuntamento, non ero ancora uscito dall’ufficio di un mio cliente. Come fare? A un certo punto resto pure bloccato in moto sul lungotevere per un incidente. Con il traffico fermo, chiamo Lorenzo e gli dico che sto in ritardo ma che sto arrivando. Da qualcosa che dice Lorenzo capisco che la famosa ragazza è un po’ spazientita. Allora comincio a pensare a come scusarmi. Ma qualsiasi cosa ragionevole sapevo che avrebbe potuto funzionare con un maschio ma non con una femmina. Non avevo altra scelta che sedurla.

Non sapevo nulla di lei. Lorenzo mi aveva detto solo che era un genio di Flash. Nessun’altra informazione. Magari era uno scorfano. In ogni caso, avevo deciso di usare l’arma della seduzione.

Quando arrivai notai subito che la tipa non doveva essere affatto male e ne fui contento, quantomeno non dovevo darmi da fare con una cozza. Allora indossai i panni del seduttore.

Arrivo in moto. Scendo dalla moto ben ritto sulla schiena, con tranquillità. Tolgo il casco ed esibisco un gran sorriso da maschio alfa. Mi avvicino con lentezza calcolata e con tono suadente mi presento stringendole la mano e tenendogliela stretta un attimo più del normale. Quindi mi giro subito verso Lorenzo e le tolgo l’attenzione. Un classico.

Anni dopo Tara mi avrebbe detto che quando mi aveva visto togliere il casco e sorriderle  in quella maniera, aveva subito pensato: Guarda ‘sto cretino, non solo arriva in ritardo, ci prova pure.

Pensandolo, senza rendersene conto, era caduta nella trappola. Da lì a qualche mese ci saremmo sposati.

* * *

Ma la vita cambia continuamente e così anche questa storia è arrivata al termine. Ci siamo lasciati a fine luglio. Dopo un periodo di elaborazione, ieri finalmente ogni cosa mi è stata chiara ed ha assunto un senso e così ho trovato la pace. Da domani riparto con la mia prossima vita e devo cominciare a ricordare tutte le tecniche dei bei tempi. Ne avrò bisogno.

 

Written by Sullof

Posted in Diario

L’Italia delle startup e il problema etico che ritorna

June 9th, 2012 at 6:04 | 16 comments

Proprio ieri sera stavo guardando questo bellissimo talk di Dave McClure a LeWeb 2010.

Al minuto 14:28, Dave dice:

You don’t really need to be in Silicon Valley. Too many people outside Silicon Valley think that’s Mecca, and that’s where you need to go. And there are many things in Silicon Valley that are very important. Mostly ideas. There are tons of people there, there are tons of experienced entrepreneurs, capital and universities. But really Silicon Valley is something experienced more in the head and the heart than in the physical world. And that can be experienced anywhere in the world. So you don’t need Silicon Valley, and you don’t need to be in Silicon Valley, but you need that ethic, and that experience and that immagination to be *in you* wherever you are in the world. So with that I’d say start your business local, but feel and hustle global because there’s a huge opportunity for you. Start at home, build it globally.

La parte che preferisco è quella sottolineata in celeste:

(…) non vi serve la Silicon Valley e non vi serve essere nella Silicon Valley, ma vi serve che quell’etica, quell’esperienza e quell’immaginazione siano dentro di voi, ovunque voi siate.

Credo che in questa frase sia sintetizzata la Silicon Valley: un luogo dove le persone si scambiano esperienze ed idee, dove si immaginano nuove strade e le si percorrono. L’etica, che potrebbe sembrare un aspetto secondario, è centrale in questo processo. Perché è ciò che rende possibile questo enorme scambio di idee, soldi, energie, conoscenze.

* * *

Oggi, Massimo Marchiori, l’informatico padovano che ha creato il motore semantico Volunia, ha deciso di rendere noto al mondo il perché abbia deciso di abbandonare il suo progetto. Lo ha fatto con una lettera aperta pubblicata da Repubblica e da CheFuturo.

La lettera è veramente vergognosa. Uno scaricabarile memorabile in cui la colpa del fallimento è attribuita interamente ad altri, ed in particolare ad un fantomatico amministratore delegato (che non viene citato come a volerlo in qualche maniera proteggere, come se non fosse sufficiente fare una visura in CCIAA per sapere chi sia).

Una volta digerito il disgusto di una tale dimostrazione di pochezza, in attesa di una verosimile replica del non-citato AD, la cosa che mi ha disturbato fortemente non è questa lettera. Infatti, per come la vedo io, Marchiori e Volunia sono state due meteore. Sono passate, hanno fatto danni notevoli all’Italia delle startup, rappresentando l’equivalente startupparo dei bunga bunga berlusconiani. Ora, per fortuna, come dice lo stesso Marchiori, stanno per eclissarsi e di danni potranno farne pochi altri. Magari dalle ceneri del Volunia che fu, quelli che restano riusciranno pure a tirarci fuori qualcosa di buono.

Dicevo, non è Marchiori a rovinarmi il pomeriggio, ciò che veramente mi ha turbato è che Riccardo Luna abbia scritto un articolo su ilPost dal titolo La famosa cultura del fallimento che non c’è, in cui difende Marchiori e la sua lettera. Dopo una prima parte — non dico condivisibile ma quantomeno comprensibile — conclude con un riferimento lezioso alla cultura del fallimento di cui tutti parlerebbero in Italia ma nessuno considerebbe nella realtà. Ma dice sciocchezze.

* * *

Qui negli Stati Uniti, il fallimento è considerato importante perché si presuppone che chi abbia fallito abbia capito tutti gli errori commessi senza negare le sue responsabilità, cioè abbia fatto una esperienza importante che gli tornerà utile nella prossima avventura. Per questa ragione un VC considera meglio un imprenditore seriale che ci riprovi dopo un insuccesso che un MBA a Stanford alla prima esperienza di startup. Ma la conditio sine qua non affinché ciò accada è che l’imprenditore abbia dimostrato umilmente di aver imparato, di essere cresciuto, di aver combattuto per la sua azienda senza mai mollare, di aver provato fino alla fine a trovare una strada possibile e solo quando non c’era altra possibilità che chiudere, abbia accettato di fallire. Uno che invece molli la baracca per primo, faccia un sacco di errori e dia la colpa ad altri, è uno bruciato che nessun VC prenderebbe neanche in considerazione.

La lettera di Marchiori è inaccettabile. E’ la lettera di uno che a suo tempo si è adornato di tutti gli onori derivanti dalla popolarità generata dal clamore sul “nuovo motore di ricerca che renderà Google obsoleto” e poi, quando quel motore non ne ha ingarrata una neanche per sbaglio, scarica tutte le colpe sugli altri, abbandonando la nave per primo, senza curarsi minimamente dei suoi compagni di viaggio che resteranno nelle mani dell’orco cattivo.

Brutta storia.

Ma la cosa che mi ha veramente turbato è che Riccardo Luna, l’autore del post che parla della cultura del fallimento dimostrando di non avere la minima idea di quale cultura ci sia dietro, è il direttore di CheFuturo.

CheFuturo è un prodotto di ottimo livello generale, curato e ben presentato, con interventi pregevoli, scritti da persone ammirevoli. Lo posso dire senza tema di smentite perché sono stato Direttore Editoriale delle Edizioni Master negli anni novanta e Direttore della Comunicazione Interna di Blu Spa agli inizi del nuovo secolo.

E allora come è possibile che il suo direttore, che si erge a paladino dell’innovazione e dovrebbe conoscere questo mondo nel profondo, si possa permettere di scrivere un articolo così superficiale a proposito di un cialtrone senza scatenare l’indignazione della comunità che vorrebbe rappresentare?

Ho letto in giro moltissime critiche alla lettera di Marchiori e moltissime critiche all’articolo di Luna, ma non ho letto alcuna messa in discussione di Luna in quanto figura preminente dell’ambiente delle startup italiano. Perché? Troppo facile dare una risposta.

Tutto ciò mi ricorda che l’etica è da sempre il grande problema del Bel Paese. Ogni qualvolta TechCrunch, per citare il blog startupparo per antonomasia, dice sciocchezze si prende una sfilza di critiche che la metà basta. Mi ricordo post di Arrington con centinaia di commenti in cui gliene dicevano di tutti i colori. E a dirgliele c’erano fior fiori di CEO e founders.

Arrington è uno che si lega al dito le cose, ciononostante la gente ha preferito l’etica al compromesso in tantissime occasioni. Personalmente, attaccai Arrington nel 2007 e lui si incazzò come una bestia per poi rispondermi, tuttavia, gentilmente, vari post dopo ad un altro commento, in cui si capiva che si ricordava bene di me. L’importante è mantenere le giuste misure, mai offese gratuite o gesti sconsiderati, ma spazio alle opinioni forti e decise.

Questa è l’etica di cui la Silicon Valley si nutre. Questa è l’etica di cui parlava Dave nel suo talk. Questa è l’etica che troppo spesso manca in Italia.

Perché l’etica impone la critica. Quella seria, costruttiva. E criticare Luna e la legittimità del ruolo che lui cerca di assumersi non significa minimizzare l’importanza che lui ha avuto ed ha in questo ambiente, ma fornirgli uno stimolo forte a tenere alto il livello, fare di più, e meglio. Perché non è sufficiente essere in buona fede per fare le cose per bene.

Written by Sullof

Posted in Startups

Un LAB per sedi operative in Italia

April 6th, 2012 at 6:57 | leave a comment

Con riferimento ad un post di qualche settimana fa su ISS, faccio il punto della situazione, dopo il tanto feedback ricevuto.

L’idea base è che qualcuno decida di creare una struttura (che chiamerò qui LAB0) che consenta ad una startup che sta negli USA di avere una sede operativa di ricerca e sviluppo in Italia.
Preso come esempio una startup che si chiami STARTUP1, LAB0 dovrebbe

  • seguire la creazione della sede operativa di STARTUP1
  • aiutare STARTUP1 a selezionare dipendenti italiani che STARTUP1 assume e che LAB0 ospita in un suo spazio
  • coordinare questi dipendenti gestendo le pratiche necessarie (commercialista e consulenza del lavoro)

In altre parole, LAB0 non affitta dipendenti, ma gestisce dipendenti assunti da STARTUP1 (con salario e stock options, ecc.). In cambio, LAB0 riceve equity di STARTUP1.

LAB0 si configura come una sorta di struttura alla YCombinator che invece di investire spiccioli e networking in cambio del 7% medio di una startup very early-stage, investe servizi in cambio di equity in percentuale da verificare con test sul campo.

A regime dovrebbe funzionare che le startup interessate a creare una sede operativa in Italia applicano per essere accettate da LAB0. LAB0 le valuta e decide se investire o meno. Se sì, riceve in cambio una equity che dipenderà da tanti fattori, esattemente come succede con YCombinator. Ovviamente questo presuppone che per le startup entrare nel programma sia economicamente conveniente e che LAB0 faccia veramente da filtro attirando ingegneri e designer tostissimi. Per facilitare la cosa, LAB0 dovrebbe aver preselezionato (ma senza assumerli, ovviamente) una serie di figure professionali che siano interessate a lavorare per una startup, persone da proporre alle startup. Questo velocizzerebbe selezioni ed assunzioni.
Inoltre, LAB0 potrebbe avere alcuni dipendenti propri che su richiesta potrebbe affittare alle startup per brevi periodi o part-time per fare cose particolari per le quali non ha senso assumere una persona a tempo pieno.

Il modello di business di LAB0 è centrato sull’investimento e le relative exit. Ragionevolmente la startup che utilizza i suoi servizi, ne avrà bisogno fino a che non diventa sufficientemente grande da avere vantaggi a gestirsi la sua sede opeativa in proprio. A quel punto, probabilmente, lascerà LAB0 e sposterà i dipendenti in una sua sede. Fino ad allora però questi restano presso LAB0.

Il numero dei dipendenti è un costo chiave per LAB0 dal momento che non è che aumentando questo numero LAB0 prende più equity, anzi, probabilmente andrà a diluirsi come tutti man mano che arrivano round di finanziamento ulteriori. Ma è un falso problema.

Infatti saranno le startup a farsi carico dei costi operativi di base (e cioè desk, attrezzature e dipendenti).
Restano invece a carico di LAB0 i costi gestionali delle persone. Potrebbe sembrare poco conveniente per LAB0 ma è esattamente il contrario perché se STARTUP1 dopo un anno ha quaranta dipendenti, significa che sta andando come un treno e presto avrà una exit di peso, quindi LAB0 è pronto a incassare la prima paccata di soldi.

Altro aspetto chiave è che LAB0 non deve offire servizi analoghi ad altre strutture che non passino per il processo di applicazione-accettazione, né andare in diretta competizione con le startup, altrimenti perde ogni credibilità.

E’ fondamentale che sia chiaro che LAB0 è a tutti gli effetti una startup. Ha bisogno di fondi VC esattamente come ogni startup per partire ed andrà a break-even non prima di qualche anno (o qualche botta di culo, come fece YC a suo tempo).

Infine, preciso come già avevo fatto nell’altro post, che io applicherei senz’altro per un programma di questo tipo, e di conseguenza non sono interessato ad essere un cofounder di LAB0 (perché si creerebbe un insanabile conflitto di interessi).

Ho postato questo stesso post su ISS. Per cui considerate oltre agli eventuali commenti in questo blog anche quelli su ISS (che saranno indubbiamente di più).

Written by Sullof

Posted in Diario

Di idee deboli, grandi esecuzioni e del loro contrario

March 14th, 2012 at 1:40 | 4 comments

Ultimamente ho assistito a lunghe polemiche fra sostenitori del primato delle idee (pochi, pochissimi) e del primato della execution (tanti). Devo ammettere che alcune di queste conversazioni accese ho anche contribuito a crearle. E alle volte le ho pure avviate. Capita quando una cosa ti sta a cuore.

Il problema — perché c’è sempre un problema da qualche parte — nasce dal fatto che io riceva spesso richieste di pareri a proposito di nuovi progetti che sono basati su idee deboli. Per capirci, nel mese di marzo, che pure è cominciato da poco, ho ricevuto tre progetti che grosso modo rientrano nella seguente categoria:

Un social network per persone che hanno una esigenza particolare, con una serie di tool che gli semplificheranno il soddisfacimento di quel particolare bisogno. Il progetto ovviamente ha una vocazione internazionale e, sebbene abbia diversi competitori, declina l’idea in un modo particolare che fa sì che gli utenti vorranno utilizzare questa soluzione invece di altre.

Ovviamente nessuna delle tre idee è esattamente questo e in tutti e tre i casi è evidente che le idee siano state pensate a lungo e che si sia pensato a tutti i possibili sviluppi, il business model e via dicendo. Ebbene, questi tre progetti, per quanto ben strutturati, rappresentano l’effetto di una cattiva comunicazione e dell’enfasi che in questi ultimi anni si è andata montando intorno all’essenzialità dell’esecuzione, anche a fronte di idee deboli.

La cosa che mi stupisce molto è che tutti i commentatori esperti sembrano voler ignorare che i sistemi di maggiore successo degli ultimi anni siano partiti da idee molto forti, confluite solo dopo in progetti che hanno richiesto una esecuzione di alto livello. Perché è ovvio che l’esecuzione è importante, tant’è che, senza voler banalizzare, vi chiedo:

Esiste qualcosa al mondo che abbia valore senza una esecuzione di qualità?

E’ possibile, per esempio, che abbia successo una pentola con la superficie interna dell’acciaio non perfettamente liscia? O una penna con l’inchiosto che sbava? O un rasoio che non taglia a dovere? L’esecuzione è qualcosa di assolutamente indispensabile e deve essere la migliore possibile. Chiaro. Lampante. Addirittura banale.

Ma prima dell’esecuzione di qualcosa, esiste l’idea di quel qualcosa. E quella secondo me è altrettanto importante.

Prendiamo un esempio emblematico: Facebook. Adesso lo vediamo come un sistema estremamente complesso, con una marea di cose. Ma non sarebbe mai potuto nascere così. In origine Facebook era qualcosa di veramente semplice:

Un sito con le foto degli studenti e il loro stato (fidanzato, libero, ecc.) per capire subito con chi ci si poteva provare e chi no.

Un’idea per soddisfare un bisogno primario dell’essere umano. Semplice e vincente. Il social network, come lo intendiamo adesso, è venuto dopo. Ma senza quell’idea di partenza non ci sarebbe stato.

Qualcuno dirà che Zuckerberg si è ispirato ad altre idee, che ha copiato, ecc. Io dico di no, ha semplicemente iterato, come sempre bisogna fare, ed ha perfezionato l’idea grazie ai contributi degli altri. E del resto che la testa gli girava intorno a quei problemi è evidentemente dimostrato dai suoi progetti precedenti, a partire da Facemash (per il quale, fra l’altro, è finito sotto processo per violazione di una sfilza di cose).

Non è che sia finita lì, Facebook ha continuato a sfornare idee. Il mio amico Chris Robinson era Art Director in Facebook quando Zuckerberg se ne uscì che bisognava creare un wall su cui tutti potessero scrivere quello che volevano. Chris veniva da PayPal. A lui quella del wall non sembrò una buona idea. Potevano esserci problemi di privacy, nonché di sicurezza. Ma Zuckerberg era convinto che il wall avrebbe cambiato tutto e fatto diventare Facebook the next big thing e così convinse il team, e prima ancora i cofounders, che quella era la strada da seguire.

E va be’, ma di Facebook ce n’è uno solo. Vero, ve ne dò atto. Ma lo stesso discorso dell’importanza di avere una idea semplice e forte si può fare con Twitter, Pinterest, Tumblr, GroupOn, Spotify e via dicendo. Tutti nati da idee semplici e perfettamente descrivibili con un pitch che sta in un tweet. Al contrario servizi con esecuzioni mirabolanti, come Quora, ma privi di un’idea veramente forte, fanno fatica a stare su e corrono il rischio di essere spazzati via dal prossimo fenomeno di passaggio.

E ce ne sono tantissimi.

Avete mai dato uno sguardo al portfolio di Ycombinator? Non c’è una sola delle startup presenti che non abbia una esecution coi controcazzi. Eppure la mortalità è altissima e quelle che alla fine ce la fanno sono pochissime. Se andiamo a guardare, ciò che le distingue è la qualità dell’idea. Certamente anche la fortuna gioca un ruolo importante, ma questo vale in questo contesto come in tutte le cose della vita.

Una buona idea vale per se stessa. Spesso si riconosce dal fatto che si sintetizza senza problemi. Se richiede troppe parole ha già qualche problema. Se ripenso ai tre progetti ricevuti in questo mese, non posso non pensare che ognuno ha dovuto usare un sacco di parole per raccontarmi il progetto in modo che non sembrasse una cosa già vista.

L’errore in questo caso è pensare di creare già in partenza qualcosa di analogo al Facebook attuale. Cioè saltare l’intero processo di costruzione a partire dal nucleo essenziale. La conseguenza è che sarà richiesta una grandissima esecuzione per avere una qualche possibilità di successo. E quindi molti mesi di lavoro di tante persone, con rischio che quando si esce finalmente fuori, il servizio non ha trazione e si è perso un sacco di tempo per niente.

Se ti chiami Google e perdi mesi per montare Google+, lo posso capire. All’interno di una suite di servizi di quel livello, puoi anche farcela a prendere un’idea debole e renderla forte con esecuzione, marketing, ecc. Ma se non ti chiami Google, stai buttando anni della tua vita per niente.

E allora, il mio consiglio a tutti e tre è di focalizzarsi sull’idea e pensarla non come un’idea finita, ma come una base di partenza su cui lavorare per arrivare a sintetizzare l’idea vera, quella buona, quella che risolve qualcosa di importante e che tutti vorranno usare.

Per aiutarsi bastano poche domande:

  • Qual è il bisogno da soddisfare?
  • C’è un mercato per questo servizio?
  • Perché è vincente rispetto ad altre soluzioni?
  • Tu pagheresti per usufruirne?
  • Come si diffonderà?

Sono le stesse domande che vi faranno dopo gli investitori. Voi dovete farvele prima. E se le risposte non reggono, evitate di perderci tempi, buttate tutto e concentratevi sui problemi che avete voi ed hanno un sacco di altre persone. Quando ne incontrate uno che non riuscite a risolvere con le soluzioni attuali avete trovato la vostra grande opportunità. A partire dal problema, se ci ragionate su, prima o poi vi verrà una soluzione e quella sarà la base di partenza su cui iterare confrontandovi con quanta più gente è possibile per arrivare all’idea buona, quella su cui valga la pena concentrarsi.

Se penso alle cose migliori partorite da italiani negli ultimi tempi penso a startup come Iubenda, Blomming, GoPago, MusixMatch, Fubles o Glancee. In tutti questi casi l’idea di partenza è semplice e forte. Non è detto che ce la facciano, ma con una buona esecuzione le possibilità di raggiungere il successo sono reali. Le tante altre startup che fanno fatica, se vai a vedere, stanno invece eseguendo idee deboli ed avranno bisogno di una esecution straordinaria per avere qualche possibilità di riuscita.

Mi spiace dirlo, ma succede anche per via dei tanti esperti che danno consigli sbilanciati verso l’esecuzione malgrado essi stessi — gli esperti — le idee ce le abbiano eccome, e a volte pure molto buone.

Alle volte la risposta arriva in un contesto particolare, in risposta a qualcuno che chiede come potersi cautelare da chi potrebbe rubargliela. Allora gli si risponde che tanto l’idea non è importante, conta solo l’esecuzione. Ma siamo onesti, siamo sicuri che sia così?

Prendiamo che due ragazzi stiano lavorando da un’anno su un progetto che hanno appena cominciato a sviluppare. Supponiamo che l’idea, dopo un anno di studi, pensamenti ed analisi sia arrivata veramente ad essere molto definita, sia stata ridotta all’osso e quindi pronta per essere implementata. Supponiamo che quest’idea così lavorata arrivi in mano a qualcuno che non ha grandi idee ma sa eseguire (cioè la maggior parte delle persone che conosco), cosa gli impedirebbe di implementarla? E se così fosse come potrebbero i due ragazzi inesperti sperare di realizzare il loro progetto trovandosi contro, che so, un team di sviluppatori esperti, con esperienza alle spalle e network significativi? La verità è che non avrebbero alcuna speranza, la gara si giocherebbe sull’esecuzione e sul quel piano perderebbero. Se invece avessero tempo di sviluppare il tutto e avviarlo, una volta usciti avrebbero un vantaggio competitivo evidente e potrebbero magari trovare dei soldi e costruire un team in grado di far crescere il prodotto. A quel punto potrebbero competere con chiunque.

Certo, lo so che questo non è il caso tipico, ma quando si risponde ad uno che non ha ancora detto nulla, come si fa a sapere se rientra nel caso tipico dell’ideatore di un’idea da poco o nel caso che ho appena considerato?

In conclusione, mi premeva affermare è che è ora di ridare all’idea il suo valore. Con tale consapevolezza la gente dedicherà più tempo al progetto prima di avviarsi in una startup senza speranze. L’esecuzione sarà essenziale, ma verrà dopo.

Recentemente Ycombinator ha lanciato la possibilità di applicare al programma anche senza un’idea. Questo potrebbe sembrare che vada a negare il mio discorso, mentre invece lo conferma pienamente. Infatti, mentre Graham e company hanno un sacco di idee, i vari team arrivano spesso con idee deboli e magari si rifiutano di cambiare direzione. Se alla fine falliscono, a Paul gli girano giustamente i coglioni. E allora si è inventato una soluzione geniale: chiamare all’azione gente che per sua stessa ammissione manca di una idea in modo da potergli proporre le loro senza tema di opposizione.

Io credo che funzionerà alla grande. Primo perché Graham e company lasceranno che le idee “vengano” ai vari team. E’ un vecchio trucco da commerciale che funziona sempre. Inoltre, punteranno molto, immagino, sulla passionalità nel selezionare i team, in modo da scegliere persone che si appassionino fortemente ai progetti da sviluppare. Conosco tanta gente che se sposa un’idea sarebbe capace di portarla avanti fino alla morte. Insomma, io credo che ci sarà una grande partecipazione. E verranno fuori progetti validi.

Written by Sullof

Posted in Startups,Tecnologia

E parliamone, se proprio dobbiamo

February 9th, 2012 at 21:10 | leave a comment

Volevo scrivere un post su Volunia. Ma alla fine ho deciso di raccogliere semplicemente un po’ di commenti che ho messo in giro per Facebook.

Commenti sparsi all’interno di un thread su un post di Stefano Bernardi

E pensare che tutti noi ci si fa il culo per dare al mondo una visione dell’Italia avanzata e contemporanea… Va be’.

Invece penso che GigaOM ci sia andata anche con troppa delicatezza. Prima di lanciare una startup ti devi quantomeno documentare su come funziona. Che ci stiamo a fare qui a discutere di ogni pelo per migliorare e competere ad armi pari se poi arrivano i primi sprovveduti, sparano alle quaglie e si fanno ridere addosso da mezzo mondo? Qui non è che stiamo a pigliarcela con Marchiori, lui è probabilmente vittima della fame di fama di altri personaggi. Tutto il sistema che si è creato intorno a questo progetto è rappresentativo, spiace dirlo, dell’Italia peggiore. Quella della forma sopra la sostanza, del piagnisteo e della velleità di rivalsa, dell’approssimazione caciarona e della pompa magna. GigaOM ci è andata leggera, altroché

Non vorrei infierire, ma se guardiamo a Volunia, come è stato presentato, la comunicazione e il design, la tecnologia, la UX, ecc. ecc. e prendiamo i dieci step di come si costruisce una startup di successo (processi lean, ecc. ecc.) mi pare che Volunia non ne passi uno. A mio avviso, la cosa migliore che tutti noi possiamo fare (per noi e per Volunia) è evitare di parlarne aspettando tempi migliori.

E’ che a voler essere politicamente corretti ci si mantiene dall’usare le parole esatte. Ma supponiamo per un momento che fosse arrivato uno qualsiasi e vi avesse detto che ha creato un motore di ricerca che farà competizione a Google, uno che poi avesse fatto una presentazione come quella, e che poi vi avesse mostrato quel prodotto e via dicendo. Se propro volessimo ipotizzare che fosse andata così e la smettessimo di fare il medico pietoso, allora avremmo il dovere morale di chiamare le cose col loro nome e dovremmo pronunciare la parola esatta per descrivere tutto questo e la parola esatta sarebbe: cialtroneria.

Commento a un post di Luca Perugini.

A fine 1995, dopo che il mio capo mi disse che non serviva a nulla che Altavista e Lycos funzionavano benissimo (ed ovviamente ho tutte le email di scambio) mandai in giro per l’Italia ai vari motori di ricerca italiani di allora, che erano abbastanza scarsi, messaggi in cui gli suggerivo di fare una ricerca migliore cercando di dare un punteggio ai diversi siti, per esempio vedendo quali di questi erano citati di più negli altri siti. Come la mettiamo? Teoricamente la mia idea potrebbe essere arrivata a un sacco di gente. Ma la verità è che se anche qualcuno mi avesse detto “ottima idea, lavoraci su e ti do dei soldi” non avrei avuto idea neanche di come partire. E sono sicuro che se potessimo cercare per il mondo troveremmo un sacco di gente che frustrata dalla difficoltà di trovare informazioni su Altavista o Lycos o Hotbot e via dicendo, aveva pensato qualche buon metodo per migliorare i risultati. Da che mondo è mondo la ricerca è un processo Open Source e prima o poi qualcuno arriva ad un punto per cui riesce a sfruttare commercialmente (ammesso che la cosa gli interessi) una certa scoperta a qualche scopo. Quelli di Google quando sono partiti volevano solo fare un motore che funzionasse bene, neanche si immaginavano che ci si potesse fare una fortuna sopra. I soldi sono venuti molti anni dopo, con AdSense, prima Google era solo perdite. Tutto questo per dire che Page e Brin hanno fatto quello che dovevano fare. Se Marchiori a suo tempo fosse stato in grado di fare o fosse stato interessato a fare, avrebbe fatto. Non gli interessava (perché probabilmente era uno scienziato e non un imprenditore) e non ha fatto nulla. Smettiamola di recriminare una buona volta e cerchiamo di guardare in faccia la realtà: dietro Google c’è stata una esecuzione formidabile, con pochi paragoni in tutta la storia di Internet. E Marchiori, molti molti anni dopo, con tutto uno staff di persone, è riuscito a montare una cosa del tutto criticabile e con moltissimi punti deboli. Se non fosse così spalleggiato dal mondo accademico e dalla politica e dai giornali Volunia non lo guarderebbe nessuno neanche di striscio. E se mi sbaglio si vedrà fra qualche mese. Diamo tempo al tempo e pensiamo a fare altro. [...]

Written by Sullof

Posted in Startups

Sull’importanza delle idee

January 22nd, 2012 at 22:46 | one comment

Leggo spesso dell’inutilità delle idee e di contro dell’importanza dell’esecuzione. Ora, sebbene io pensi che le idee vadano eseguite, perché alla fine quello che mi interessa è il prodotto, ritengo che le idee siano importantissime, essenziali, indispensabili.

Per fare un paragone marziale, le guerre si vincono perché si ha un esercito ben addestrato, ma soprattutto perché il piano d’attacco è vincente. L’uno senza l’altro porta alla sconfitta.

E mi sembra ovvio. Ma allora, perché va per la maggiore questo sminuire le idee a favore dell’esecuzione?

Tanto per cominciare perché si dà l’accezione di idea anche a pensieri larvati, minchiate della sera e sospiri risonanti. Le idee sono cosa ben diversa. Non arrivano raccogliendo mele che cadono, ma in conseguenza di un processo. E quando arrivano producono una svolta.

Ora, facile parlare di idee, ma di idee buone in giro non si vede l’ombra. In oltre un anno di Italian Statup Scene mi sarà capitato tre volte di leggere di un’idea che mi sembrasse veramente buona. Per il resto si tratta di evoluzioni di altre idee, applicazioni specifiche, cose senza nessun peso che hanno possibilità di successo solo se chi le andrà ad eseguire farà un miracolo. E allora è chiaro che l’esecuzione sarà fondamentale, no?

Quora mi sembra un caso tipico di esecuzione perfetta di una idea debole.  Quanto durerà? Secondo me poco, non è un caso che quando cerco qualcosa Google mi suggerisce sempre StackOverflow che a suo tempo l’idea l’ebbe bella forte, a risolvere un problema reale che un gruppo di webmasters si trovava ad affrontare giorno per giorno.

Perché sono le idee a fare il successo reale e solido delle startup. Non è un caso che solo raramente le grandi aziende riescano a creare il nuovo. Perché sebbene possano contare su team in grado di eseguire alla perfezione qualsiasi cosa mancano delle idee necessarie a creare alcunché. Google+ è un esempio emblematico. Se il servizio fosse stato lanciato da una qualsiasi delle altre 100 startup che ci hanno provato adesso avrebbe 3 utenti inclusi i founders. Invece con tutta la forza di fuoco di Google cresce. Ma non ha inventato nulla.

“Google non ha copiato nulla, sta solo inserendo il sociale nel suo mondo” ha scritto qualcuno facendomi cadere le braccia. Ma come? Se ragionassimo tutti così quando mai cambieremmo una riga di niente?

Il futuro si inventa ogni giorno e nessuno può sapere cosa sarà domani. Se però è identico all’oggi che futuro è? E Google+, seppure sia arrivato parecchi anni dopo, è praticamente uguale (a livello percettivo) a Facebook e mi costringe a duplicare l’esperienza. Ci risulterebbe evidentemente ridicolo se fossimo tutti un po’ più distaccati per rendercene conto. E’ l’arroganza del proponente che ci impedisce di riconoscerne la pochezza, temo.

MySpace qualche anno fa andava per la maggiore ed era il sociale. Facebook non lo ha fatto fuori perché lo ha rifatto ma perché ha tirato fuori qualcosa di completamente diverso. Questo ci si sarebbe aspettato da Google nel momento in cui voleva entrare nella sfida dando qualcosa di più a noi utenti e non solo a se stesso. Ma non poteva farlo perché per inventare ci vogliono idee ed evidentemente non ne aveva.

Tornando al tema, una cosa è dire “una idea non eseguita non ha alcun valore pratico”, un’altra è dire “una idea non ancora eseguita non ha alcun valore”. Se così fosse salterebbe il senso di qualsiasi brevetto o copyright. Eppure è quello che si legge continuamente.

 

Written by Sullof

Posted in Pensieri,Startups

Berlusconi vincerà di nuovo

November 17th, 2011 at 21:05 | 2 comments

Io penso che Berlusconi (che non ha mica perso TV e giornali o altro) ci metterà poco a ribaltare la percezione popolare. Sarà facile far passare l’idea che qualsiasi cosa buona potrà mai fare Monti sarà stata possibile grazie al suo lavoro. Che lui è caduto per colpa della Grecia e non perché non avesse lavorato bene. Se ci aggiungiamo tutte le cose impopolari che Monti dovrà fare e tutto l’aiuto che a Berlusconi forniranno, loro malgrado, i suoi nemici storici, a partire da Santoro e Travaglio, è facile immaginare che da qui a un annetto, non appena Germania e Francia si sentiranno più tranquille, Silvio avvierà le consultazioni e farà cadere il governo per andare a nuove elezioni e… vincerle.

Berlusconi nel suo campo è un genio. L’unica possibilità per batterlo è evitare in ogni modo possibile di sottovalutarlo. Al contrario, sento che tutti lo danno per finito. Non sono molto ottimista.

Written by Sullof

Posted in Diario

Mi stupisce

November 17th, 2011 at 7:17 | one comment

Mi stupisce come i politici di ogni parte politica si carichino per la squadra di Monti. Come se non cogliessero che un governo tecnico non è altro che un commissariamento e pertanto rappresenta il totale fallimento della loro politica.

Written by Sullof

Posted in Pensieri

Voi dormite di notte?

November 17th, 2011 at 4:22 | one comment

Ho appena visto che su Facebook ha dato un like ad un mio commento un amico che a quest’ora dovrebbe dormire essendo in Italia le quattro. Sono rimasto sorpreso. Ma poi ci ho pensato. Di che mi stupisco?

Io di solito mi addormento verso mezzanotte. Ma non dura tanto. Mi sveglio fra le due e mezza e le tre, ogni notte. E resto sveglio almeno mezz’ora. Alle volte un’ora. Alle volte di più. E penso. E analizzo le cose che sono state, quelle appena successe e quelle che oramai sono storia. E penso alle cose che devo fare, a come farle e a quello che verrà poi. E’ in quella mezz’ora che risolvo i problemi su cui mi angustio magari da mesi. E’ in quel silenzio totale che ritrovo la bellezza delle persone che amo.

Poi, a  un certo punto, quasi che non ce ne fosse motivo, mi riaddormento. Mi sveglio nuovamente fra le cinque e le sei. A quel punto potrei anche alzarmi e qualche volta lo faccio. Ma perlopiù mi piace rimanere a letto al calduccio ed è un alternarsi di brevi sonni e altrettante veglie. E qui succede la cosa strana. Quando si fanno le otto o anche le nove sono distrutto e non mi va di alzarmi. C’è qualcosa che non funziona.

Due cicli rem di circa due ore e mezza ognuno e un po’ di pisolini inerziali. Sono pigro, lo confesso, altrimenti dopo il primo ciclo potrei anche alzarmi e starmene bello lucido. E qualche volta mi capita. E quando capita sono faville. Ma troppe faville fanno male.

Per fortuna non capita spesso.

Written by Sullof

Posted in Diario

A proposito di Opportunity Cost

November 14th, 2011 at 19:23 | 16 comments

AVVERTIMENTO. Questo è il post più lungo che abbia mai scritto. A rileggerlo ci ho messo venti minuti. Prendetevi il tempo che vi serve e regolatevi.

Non so se vi ho mai raccontato come mi venne l’idea di Passpack.

Eravamo in viaggio di nozze, Tara ed io, a New York. Lì c’è il grosso della sua famiglia. Eravamo belli e contenti. Ma era il 2003 e facevamo ambedue i freelance. Così il terzo giorno mi chiama un cliente e mi dice che il suo server è andato giù, morto, sparito, scoppiato. Qualcuno dei suoi aveva fatto un casino e cancellato qualcosa. Avrei voluto fare finta di niente ma oltre che un cliente era anche un amico e non me la sono sentita. Ma non avevo le password. Solo due giorni dopo lui me le invia, per email, e gli fisso il problema.

Lì ho capito che mi serviva una soluzione migliore di quella che usavo per la gestione delle password. Perché sì, un password manager ce lo avevo, ma non avevo pensato di portarmelo dietro in luna di miele. Non credo debba spiegarvi come mai :)

Quando tornammo in Italia mi dissi che doveva esserci un modo per risolvere il problema online. Ci pensai per un po’ ma veramente non trovavo un modo per fidarmi del provider o bypassarlo.

* * *

Passano tre anni. Nell’estate del 2006, siamo di nuovo negli USA, stavolta alle Hawaii, con mezza famiglia di Tara. Anche stavolta, a metà vacanza, arriva un’altra chiamata urgente. Stavolta mi ero portato dietro il mio portatile, e non c’era problema ma certo che un sistema online sarebbe stato ben altra cosa. E così ripresi a pensarci.

L’idea di cifrare tutto nel browser mi venne casualmente al ritorno in Italia, incappando in una libreria AES in Javascript scritta da Chris Veness. Quella era la soluzione. Passpack venne naturalmente, come ovvia conseguenza di quell’intuizione di base. Solo mesi dopo, scoprii che quel pattern aveva un nome che qualcuno aveva scelto anni prima, ipotizzando un particolare approccio ai dati. E solo mesi dopo scoprii che contemporaneamente c’erano altri due team che stavano lavorando sulla stessa idea. Fra questi gli amici di Clipperz.

* * *

Quando cominciai a parlare in giro di questa idea delle password online i pareri furono abbastanza contrastanti. Dal “sei completamente fuori” di Tara, al “molto interessante” di qualcun altro. In mezzo, l’interesse di Nicola Mattina. Lui aveva un altro progetto in testa: un aggregatore (che allora andavano di moda) che fosse in grado di capire i tuoi interessi e suggerirti gli articoli da leggere (e questa era innovazione pura). Ma per funzionare il suo juice richiedeva massa critica. Al contrario, il password manager online se anche avesse avuto un solo utente, avrebbe avuto un utente contento. E fu così che Tara trovò il nome giusto e partimmo con Passpack.

Allora neanche leggevo TechCrunch e simili e stavo un po’ fuori dal mondo. Neanche sapevo che volesse dire Startup e neanche sapevo di essere stato uno startupparo per anni, solo con un nome diverso. Così quando avevo scoperto Twitter era stato perché ero venuto a contatto con Campfire, di 37Signals, ma non era quello che volevo. Mi sarebbe piaciuto avere una chat permanente e pubblica. E cercando questa chat scoprii Twitter.

E scoprii anche Pownce, Jaiku e tanti altri sistemi molto interessanti. Ma Twitter era il mio preferito perché era veramente semplice. Dopo un po’ che l’usavo però ebbi come la certezza che come chat non è che fosse granché, forse ancora doveva trovare il suo motivo d’essere. A me sarebbe servito con qualcosa in più. Mi ci voleva, come dire, un twitter per aziende.

Ne parlai con Tara e Nicola ma ambedue me lo bocciarono senza pietà. Nicola in particolare mi chiedeva come lo monetizzavo un coso così. Perché mai avrebbe dovuto pagare un’azienda se poteva usare a gratis wiki vari, Twitter e via dicendo? Provai a convincerlo ma lui era quello che ne sapeva di più di startup. E mollai.

Quando circa un anno dopo venne fuori Yammer me li sarei mangiati. Del resto Nicola nel frattempo ci aveva lasciato per concentrarsi su Elastic e con Tara non me la potevo prendere, con le mogli ogni rischio si eleva a potenza.

Perché vi ho raccontato questi due episodi? Perché da quando ho avviato Passpack è stato un susseguirsi di opportunità perse. Un sequela di buone idee che sono rimaste idee perché con l’impegno richiesto da Passpack era impossibile pensare di poter fare altro. Quella scelta iniziale di optare per il password manager anziché per il microblogging aziendale fu decisiva.

* * *

Nel 2007 fui talmente preso da Passpack che ebbi poco tempo da dedicare ad altro. Soprattutto sviluppare il prodotto, competere sulla piazza internazionale con un altro prodotto italiano (senza che la stampa italiana ci considerasse minimamente) era molto eccitante. Ed eccitante era rendersi conto di essere parte di qualcosa che cercava di cambiare il mondo. E… il mondo se ne accorgeva e ci dava attenzione.

Il 2007 fu un anno bellissimo. Memorabile. Rilasci a non finire. La scoperta del venture capital. I debiti che cominciavano a farsi sentire. I primi contatti con gli investitori. Quindi gli incontri con l’IBAN ed a seguire con Italian Angels for Growth e dPixel, altre due startup a loro modo.

Non ci fu tempo di avere altre idee anche perché quelle che avevo mi bastavano ed avanzavano. Con Tara avevamo una chiara visione di ciò che si poteva sviluppare nei prossimi tre anni, per arrivare a creare una piattaforma su cui chiunque avrebbe potuto creare facilmente applicazioni sicure, a prova di bomba. Il nostro business plan conteneva tutto ciò. Era talmente credibile che ci credettero in tanti e trovammo i fondi. Da ZMV.

Noi eravamo in assoluta buona fede, ma loro comunque fecero male a crederci e si assunsero un rischio a cui non erano preparati perché anche loro troppo giovani. I problemi vennero quando le cose si rivelarono essere diverse da come le avevamo pensate. Di quello che venne dopo credo di averne parlato tante volte. Quello che forse non ho mai detto è che se invece di 350mila euro ne avessimo presi 60mila avremmo fatto di più e meglio. Che cioè da allora ho capito che la regola deve essere: “prendi il minimo necessario a fare le cose che devi fare. Non un euro in più.”

Ci sono molte ragioni dietro questo consiglio, ma ci vorrebbe un intero post per spiegarle tutte e qui voglio parlare invece di idee ed opportunità perdute.

Quando ad agosto mi fu chiaro che con quel progetto Passpack non sarebbe potuto andare molto lontano, o quantomeno lo avrebbe fatto molto velocemente, mi si riavviò il cervello e riattaccai a pensare ad altre idee, sviluppi, non so, qualsiasi cosa che potesse funzionare.

* * *

Il problema principale di Passpack, ad agosto 2008, si chiamava LastPass. I 4 fondatori avevano venduto la loro precedente avventura per 50 milioni di dollari. Oltre ad essere quindi sviluppatori esperti erano anche ben dotati di cash. Noi invece cercavamo disperatamente di trovare gente in gamba da assumere con scarsi risultati. Come avremmo potuto competere? Oltretutto quelli di LastPass si erano studiati perfettamente la situazione ed avevano messo insieme il meglio di Roboform, un plugin per il browser, e di sistemi online come Passpack e Clipperz, ed avevano prodotto un plugin per Firefox con dati e accesso online.

A me non piaceva Roboform e quindi da subito non piacque neanche LastPass ma ne riconobbi la forza d’urto. Come difendersi se non si poteva competere? Bisognava anticipare i tempi e muoversi in direzioni previste per il futuro prima che fosse troppo tardi. In fondo il piano finale puntava al privacy gateway, ed allora tanto valeva guardare subito a quell’obiettivo.

Per avviare lo sharing dei dati, per prima cosa c’era da gestire lo scambio di chiavi fra gli utenti. Per testare tale scambio, quale modo migliore di implementare un sistema di messaggi? Fu così che a settembre sviluppai il “secure messaging system” di Passpack. L’idea era di introdurre a seguire gli allegati ai messaggi e quindi sfilarci dalla gestione nuda e cruda delle password ed andare verso lo storage online di microdati generici e di file sensibili.

Subito dopo avviai le consultazioni con i consiglieri di amministrazione per porre l’accento su come secondo me bisognasse andare verso i messaggi, cioè qualcosa che la gente capiva bene, per distanziarci da sistemi come LastPass dal momento che non potevamo competere.

Da lì a poco venne il primo grande scontro coi nostri investitori. Il nostro tutor era un ammiratore di LastPass, sono certo che lo considerasse molto meglio di Passpack (e il seguito gli darebbe ragione), e spingeva pesantemente perché dessimo l’incarico a qualcuno out source di sviluppare il plugin. Io provai in tutti i modi a trovare qualcuno che desse garanzie decenti di fare il lavoro ma non trovai nulla. Sono fumo. Al primo approccio c’era l’interesse, quando gli davi un po’ di dettagli, la complessità del codice scoraggiava tutti e venivano fuori cifre mostruose. In seguito, a fine ottobre, assunsi una persona appositamente a quello scopo. Ma era un incarico troppo gravoso per uno solo e non ne uscì nulla.

Le polemiche avevano ritmi giornalieri. Cercavo di far capire che con le password ci saremmo chiusi in un vicolo cieco ma ero solo, anche Tara pensava che stessi sbagliando il tiro. E gli altri oramai mi consideravano da un pezzo uno fuori di testa, inaffidabile, incontrollabile. Così ci limitammo ad uscire dalla beta, ai primi di novembre, e rilasciare la prima modalità di sharing, che in realtà allegava le password ai messaggi per passarle da un utente ad un altro. Lo sharing vero e proprio sarebbe venuto fuori solo nella primavera dell’anno successivo ed avrebbe avviato la crescita vera di Passpack, offrendo finalmente un prodotto che le piccole aziende erano interessate a comprare.

* * *

In quell’autunno del 2008, pensavo e ripensavo a come riutilizzare la tecnologia di Passpack per fare altro, finché un giorno mi scontrai con un problema: un amico aveva cambiato numero telefonico e non c’era verso di rintracciarlo. Certo lui non poteva scrivere il suo numero sul suo sito. Ma se poi non rispondeva all’email ci doveva essere un modo per risolvere questo problema. Dall’altra parte la mia home sul mio dominio personale era diventata una sorta di lista di progetti.

Pensai che ci voleva un servizio che ti desse la possibilità di crearti una pagina personale bella e sintetica, con una lista dei tuoi progetti e dei social network di cui facevi parte, un modulo di contatti e giusto qualcos’altro. In aggiunta, usando un approccio alla Passpack, se un altro utente fosse arrivato sulla tua pagina, a seconda dei vostri diritti reciproci avrebbe potuto vedere anche dati riservati, come il numero di telefono. E per funzionare bene doveva essere superfigo e doveva aiutare gli altri a trovarti.

Ero certo che qualcosa che cifrasse i dati riservati come pensavo io non esistesse, perché noi eravamo l’innovazione in quel ramo, però qualcosa di personale doveva esserci. Invece la cosa che si avvicinava di più era qualche sistema legato ad OpenID. Allora mi dissi che si poteva fare e registrai il dominio findame.com. Quindi, visto che c’ero, acquistai anche finda.me per 50 sterline. Avevo tutto ciò che mi serviva. Restava da parlarne coi nostri e convincerli a creare un altro prodotto da aggiungere al password manager. Prima di farlo però dovevo validare l’idea, già mi vedevano come un pazzo, pensa se mi presentavo con FindaMe ad un CdA.

Così ne parlai in giro e raccontai l’idea a un sacco di gente. Ma a nessuno sembrava interessare. Le critiche più sonore le ricevetti da Tara e da Antonio Leonforte (allora eravamo compagni d’ufficio con FHoster). Ne parlai con loro come di una idea mia, alternativa a Passpack, per non complicare le cose. Ma i risultati fur0no talmente deludenti che alla fine mollai. Quando l’anno successivo vennero fuori prima Card.ly (poi acquisita da Workface) e Flavors e quindi molto dopo About.me, ebbi la conferma che l’idea, checché ne pensassero quasi tutti, era buona. Eppure nessuna di quelle startup venute fuori sullo stesso principio risolveva un vero problema. About.me, per dire, che problema risolve? Il mio FindaMe avrebbe offerto la vetrina, ma anche una porta di accesso ai tuoi dati personali, risolvendo innumerevoli casistiche. Prima o poi beccherò Tony Conrad da qualche parte…

* * *

Il 2009 fu un anno molto difficile per noi, con un burn rate ridotto a cifre ridicole e i nostri debiti personali che crescevano peggio dello spread fra Btp italiani e Bund tedeschi degli ultimi tempi. Ma eravamo passati a Mind The Bridge e Tara andò per due settimane in California a cercare di capire come far evolvere Passpack. Io nel frattempo lavoravo assiduamente sullo sharing. A maggio rilasciammo il piano Group insieme allo sharing e ci fu un aumento significativo delle vendite, confermando le mie ipotesi sul valore aggiunto di Passpack per le piccolissime imprese.

In quell’anno fui nuovamente molto concentrato su Passpack. Purtroppo non c’era verso di cambiare direzione, ma quantomeno potevo potenziare il sistema. Tante le idee su possibili evoluzioni, ma ogni volta a scontrarsi con la mancanza di risorse e la volontà generale a livello di CdA di non discostarsi dal “core business”.

A luglio, mentre stavamo per ricevere un bridge di investimento da parte di ZMV, ci contattarono alcuni manager californiani interessati in qualche maniera ad usare la nostra tecnologia per sviluppare qualcosa in campo medico. Avevano un problema da risolvere e pensavano che in qualche maniera Passpack potesse offrire una soluzione. Il problema era (ed è ancora oggi) il trasferimento di dati fra clinica, paziente, medico, laboratorio.

Scoprimmo che malgrado i formati digitali la pratica comune fra piccole strutture era usare stampe cartacee o DVD da dare a mano al paziente o da inviare via corriere alla clinica, l’ospedale, ecc. Un processo inefficiente, costoso e pieno di complicazioni. Studiammo a fondo la questione ed elaborammo una soluzione: CareBind. E stavolta i nostri erano finalmente pronti a guardare ad un altro prodotto. Hurrah!

* * *

CareBind era un sistema che permetteva di inviare i dati cifrati e certificati fra le diverse strutture con una interfaccia alla Skype e dietro una tecnologia complessa con tanto di API ed SDK che consentisse a tutti i produttori di EHR di usare CareBind per gestire l’invio e la ricezione di dati sensibili fra le diverse strutture. Insomma, il nostro prodotto avrebbe risolto il maggior problema del mondo Health Care americano. Io studiai tutto il prodotto sul piano tecnico. Si poteva fare. Tara lavorò su tutto il resto ottenendo in tre soli mesi risultati spettacolari. Ma non ne facemmo nulla.

Malgrado fosse riuscita a formalizzare il progetto, trovare alcuni advisor di peso, convincere un importante medico a fare da CEO, stringere un accordo con una società con 25mila clienti per il pilot del prodotto, ecc. ecc. malgrado tutto ciò ci scontrammo con la mancanza di fondi.

Non ci voleva tanto. Per montare il pilot e raggiungere nei primi sei mesi le prime 5 grosse cliniche nello stato di New York, grazie all’accordo con X (che non posso citare per questioni di NDA) ci servivano 150mila dollari. Gli angels americani volevano che incorporassimo negli USA per darci credito, quelli italiani pensavano il prodotto come se dovessimo lanciarlo in Italia, cioè senza considerare l’enorme differenza che c’è fra un paese dove la sanità è pubblica ed uno dove tutto è privato e cambi medico ad ogni visita in base a questioni di costi, copertura assicurativa, ecc.

Il risultato fu che tutti gli italiani ci bocciarono e, poiché ancora adesso Passpack è una SRL, gli americani alla fine ci considerarono poco seri. Il loro commento tipico era: “per fare questo business dovete incorporare qui. Be’, cominciate ad incorporare, poi tornate e ne parliamo con calma”. Una cosa che magari sapete ma magari no è che negli USA non puoi andare a chiedere fondi come fai in Italia. Qui ci sono leggi precisissime che fanno sì che se vendi quote di una qualsiasi società devi farlo sotto l’ombrello di una società esistente. Una SRL, per capirci, qui negli USA è un’entità inesistente. Quindi se vai a cercare di vendere quote di una SRL (cioè se cerchi investitori) lo fai sotto la tua personale responsabilità e rischi serissimi problemi legali. Del resto gli investitori non possono impegnarsi con te in alcun modo perché non essendo legittima la tua richiesta, se loro ti firmassero anche una semplice lettera d’intenti, cadrebbero in una posizione di liability. Insomma, è un cane che si morde la coda, senza un C-corp alle spalle, il gran lavoro di Tara risultò essere del tutto inutile.

Recentemente, parlandone con Alex Khomenko, un amico qui a Sunfire Offices, Tara ha scoperto che lui sta lavorando per una società che sta sviluppando una cosa che è talmente uguale a CareBind che ti verrebbe quasi il dubbio che qualche investitore di quelli contattati abbia passato slide ed executive summary a qualche amico per fargli montare il prodotto. E, detto per inciso, visto che il progetto è morto, se anche fosse veramente così, sarebbe assolutamente lecito. Perché lo spettacolo deve andare avanti.

Che dire? Se incontrate Tara per strada non le parlate di CareBind, potrebbe staccarvi un orecchio con un morso. Ma non divaghiamo.

A dicembre del 2009, una volta assodato che questa C-corp non la si sarebbe fondata, Tara tornò in Italia e insieme cercammo di trovare fondi qui. Come dicevo sopra, non avemmo successo. Come sempre in casi di crisi a me il cervello riattaccò a lavorare per trovare qualcos’altro da fare in alternativa. Il fatto è che le idee mica vengono così, per infusione divina. A me vengono sempre come soluzione di un problema. Senza problemi da risolvere, niente idee. Per fortuna i problemi non mancano mai.

* * *

Da un po’ di tempo sentivo l’esigenza di avere uno strumento che mi permettesse di organizzare meglio le cose che mi interessavano su Internet. Un blog era insufficiente, per quanto ci buttassi dentro i feed di Twitter e qualche RSS, ci voleva qualcos’altro. Sempre più andavo notando che la gente si stava trasformando e stesse passando da creatore di contenuti a curatore di contenuti, cioè stesse passando dal autore a editore. E non c’era nulla che soddisfava questo cambiamento. La mia soluzione si chiamava Yoozine. E per la vostra gioia allego qui il Pdf che feci girare per amici e investitori.

Non lo feci vedere ai nostri investitori perché i rapporti erano molto difficili e pensavo che non avrebbero capito la mia esigenza di pensare al futuro nel caso doloroso che avessimo dovuto liquidare Passpack. Del resto se non riuscivano ad accettare l’idea di deviare un filo dal core business iniziale come potevano considerare qualcosa di affatto diverso? Del resto avevo i miei motivi per pensare ad altro. Il rischio di dover chiudere Passpack era altissimo. Continuavamo a bruciare cash e un eventuale break-even non si vedeva all’orizzonte. Se avessimo chiuso, Tara ed io saremmo rimasti senza nulla da fare e con una marea di debiti. Dovevo pensare un’alternativa. Credo sia parte del come funziona un impreditore :)

Yoozine, in quel momento era la mia alternativa.

Ne parlai solo con gli investitori che ritenevo più illuminati, ma tutti mi risposero picche. In particolare un investitore milanese, che non cito per discrezione, si lasciò sfuggire un commento del tipo “ma dai, Francesco e Tara li conosciamo, sono quelli di Passpack, dove vuoi che vadano?” Dietro un commento così c’è tutta la visione italica del fallimento come colpa insanabile anziché come esperienza fondamentale di crescita. Per dirla in una frase qui negli USA uno che ha fallito è un imprenditore esperto che la prossima volta ha alte probabilità di fare bene, in Italia è un perdente senza scampo. Insomma, non se ne venne fuori. E pensare che andavo cercando giusto un microseed di 20mila euro.

Nello specifico c’è da dire che noi non avevamo fallito, tant’è che stiamo ancora in piedi. Avevamo però fallito, dal loro punto di vista, quella crescita che si era ipotizzato. Il perché non aveva alcuna importanza.

Se non avessi avuto Passpack da portare avanti, probabilmente mi sarei fatto altri debiti e Yoozine me lo sarei sviluppato. Ma con Passpack da condurre in porto (e prima o poi ci arriverà, perché io sono calabrese e non mollo) non avevo abbastanza risorse e dovetti abbandonare l’idea. Quando poi da li a qualche mese uscì la prima versione di Paper.li e si avviò il discorso di questo nuovo tipo di aggregatori mi dissi “eccoci alle solite, anche stavolta mi sono perso un’opportunità”. L’evoluzione successiva, l’arrivo di prodotti come Storify o Scoop It! o anche, recentemente, Searcheeze del mio amico Stefano, e altri servizi in quella direzione, confermava che l’idea era buona e sarebbe stato il caso di farci qualcosa. Del resto, come vedrete dal Pdf, nessuno ha ancora realizzato qualcosa che faccia esattamente quello che voleva fare Yoozine. E forse ci sarebbe ancora spazio :)

* * *

Nel 2010 le idee mi giravano per la testa come fiocchi di neve in una tempesta. Non ve le racconto tutte altrimenti scrivo un romanzo. Una particolarmente interessante era Twilly (per la quale spesi anche 100 dollari per comprare il dominio twil.ly che poi ho lasciato scadere per inutilizzo). L’idea di Twilly era anche stavolta la soluzione ad un problema.

Ho un blog e faccio fatica a far girare i miei post. La gente lascia commenti ma non mi riesce di avere abbastanza visibilità. Come faccio a migliorare la resa di ogni post?

Pensa che ti ripensa mi è venuta l’idea di Twilly. Il nome era mutuato da Willy The Worms. L’idea era costruire un nuovo sistema di commenti basati su Twitter, in modo che ogni commento è un tweet e quindi oltre che arricchire la conversazione crea visibilità. Per individuare i post mi ero studiato un meccanismo tipo url shortener per cui un certo blog era individuato, per dire, da twil.ly/aX ed un certo articolo da twil.ly/aX/e5. In questa maniera mi basta cercare su Twitter e beccare tutti i commenti su quello specifico post, ma anche tutti quelli relativi a quel blog. E dico blog solo per fare un esempio di contenitore.

Non entro nei dettagli, ma il sistema secondo me poteva far lievitare notevolmente il numero di tweet, risolvendo anche uno dei maggiori problemi di Twitter che è quello che si tweetta poco. Sembra strano a sentirlo, ma se ne parlate con qualcuno di Twitter, vi conferma che tutti i loro sforzi sono orientati ad aumentare il numero di tweet e far tweettare anche tutti gli utenti silenti.

Anche su Twilly ebbi una sfilza di pareri negativi. Stavolta però Tara (come già per Yoozine) trovava che fosse una buona idea.

Potete forse immaginare invece le critiche negative, a partire dall’onnipresente “c’è già Disqus” che non coglie il cuore dell’idea e dimostra una totale incapacità di capire i processi sociali. Va be’, anche stavolta Passpack non mi lasciava spazio. Mi limitai a registrare il dominio e parlarne qua e là con chi mi capitava a tiro. Quando poi Facebook introdusse i commenti qualcuno che ora non mi ricordo mi scrisse per dirmi: “hai visto i commenti di Facebook? Mi sembrano la stessa cosa di Twilly ma applicata a Facebook anziché a Twitter”.

* * *

A maggio 2010 ci stavamo organizzando per trasferirci negli Stati Uniti. Scelta definitiva. Radicale.

Arrivati qui, a settembre, ci ritrovammo a scontrarci con il problema di sempre. C’erano parecchi investitori che potevano entrare in Passpack ma a sentire che non avevamo una società USA lasciavano cadere il discorso rimandandolo a quando l’avremmo avuta.

In quel periodo, l’anno scorso, si parlava molto di news. Tutti a cerca un’idea per creare l’iTunes delle notizie. Ma nessuna idea che risolvesse il problema. Era anche il momento di Quora e del problema della quantità di conversazioni in giro fra cui districarsi. Come potete immaginare avevo le mie due belle soluzioni a tutti e due i problemi.

La mia idea per le news era proporre a Twitter di fare una cosa che adesso non vi dico perché essendo ancora, a distanza di un anno assolutamente valida, e potendo rappresentare una soluzione al problema epico della monetizzazione di Twitter, potrei decidere nei prossimi mesi di andargliela a proporre. Insomma, non ve la prendiate a male, ma questa per un altro po’ me la tengo per me. Se vi piace l’argomento Twitter, vi ho già regalato Twilly,  no?

La soluzione per le conversazioni invece si chiamava Nutopica. L’idea era che tutte le conversazioni in giro sono centrate su gruppi di discussione. Ci sono persone che parlano di qualcosa all’interno di precise cerchie di interesse. Così diventa difficile estrapolare il topic dal gruppo stesso. E’ così per i forum ed è così anche per i Facebook groups, per non parlare di tutti i sistemi ristretti. L’idea di Nutopica era creare un sistema centrato sul topic, similmente, se volete, a Quora, ma con discussioni libere ed un sistema di scoring innovativo che consentiva di analizzare ogni contributo e mi dava la possibilità di prendere un thread con 1000 commenti e filtrarli e ridurli ai soli 20 che veramente per me sono rilevanti. Non mi dilungo sulla tecnologia che è un po’ complessa ma immaginate di star cercando di capire cosa la gente dice del nuovo modello di Nike. Come fareste adesso? Non è che sia facile. Ma se ci fosse uno strumento di discussione basato su topic e fortemente sociale che vi permette di individuare in pochi secondi i dieci pareri più rilevanti e quindi di analizzare gli sviluppi delle conversazioni incrociandoli con Twitter e Facebook e LinkedIN… be’, penso che se ci fosse questo strumento e voi foste Nike sareste disposti a spendere bei soldi per avervi accesso.

Di Nutopica ne ho parlato solo con altri imprenditori, prevalentemente qui nella Valley. L’idea, stavolta, forse perché siamo qui o forse perché è più facile capirne la portata, ebbe un certo successo. Ma il problema stavolta è il go-to-market. Come fare a creare la massa critica. Sì, avevo progettato un meccanismo virale, ma le conversazioni sono fatte di parole scritte che richiedono tempo per essere scritte. E la sua crescita non poteva che essere molto lenta. Se a questo ci aggiungiamo che mi sembrava che Quora si stesse spostando proprio in questa direzione, facile capire perché la lasciai semplicemente riposare in un cassetto. Poi, a dirla tutta, mi pare che Quora si sia invece fermata dove stava e, secondo me, se non cambia qualcosa non potrà fare altro che fallire.

Perché? Be’, perché è troppo formale e la gente non si arrischia a rispondere per non fare brutte figure, perché abbondano le domande con autorisposte (cioè lo spam) e perché Google quando cerco qualcosa mi offre sempre una buona risposta su StackOverflow ma mai su Quora e questo qualcosa vorrà dire.

* * *

Quest’anno, in primavera, Passpack è andato a cash-flow break-even. In altre parole, non brucia più cash e al contrario ha del cash che si può usare per farlo crescere. Ma non è che con questo siano spariti i problemi. E le idee stanno sempre lì a lavorare nella testa. Come ho più volte scritto, sono un patito di Instagram. Avevo anche avviato un progettino in questa direzione, Instadiary, abbandonato stavolta perché i numeri non giustificavano il business (e tutto ciò che vedo in giro mi conferma di aver fatto bene a mollarlo). Ma con Instagram un problema ce l’ho: se voglio scrivere qualcosa come faccio? Al momento, parliamo di aprile, l’unica è scrivere qualcosa nel notepad, catturarla e schiaffarla dentro Instagram. Ma non è che ci si possa fare molto. Ed allora mi è venuto in mente che si potrebbe risolvere la cosa con una applicazione con un processo del tutto simile a Instagram, che scrivo un testo, gli applico un filtro e lo condivido in rete. Il nome scelto per l’idea è Lovoon. Perché l’amore è alla base della maggioranza delle cose che si vogliono dire e perché il target che ho pensato è fortemente orientato a Cina e Giappone… dove il sentimentalismo trionfa.

Stavolta creo un paio di mockup e li faccio girare fra amici. La risposta dipende dal sesso: i maschi restano abbastanza indifferenti, le femmine si esaltano e mi chiedono quando potranno usarlo. Hehe.

Mi convince e nottetempo avvio lo sviluppo. Imparo un sacco di cose che poi mi torneranno utili su Passpack (come sempre :). Monto una applicazioncina iniziale. Bella, senza alcun dubbio.

Il modello di business è semplice e potente. Mentre per le immagini non è che puoi creare filtri infiniti senza finire col creare brutte foto o che sembrano circa uguali, col testo puoi farci qualsiasi cosa. E quindi di filtri ne puoi creare quanti ne vuoi. Ed allora se 20 li metti nell’app e altri 100o li fai creare a terze parti e li spari in un marketplace hai fatto. Pensa a creare filtri appositi per gli asiatici ed è facile immaginare che botto potresti fare. Non solo, immagina che tu sia la Coca Cola che vuole mettere nel marketplace un suo filtro ad hoc, ovviamente gratis, per promuoversi. Be’, tu glielo fai mettere, ma gratis solo per gli utenti. Coca Cola deve pagare per mettere nel marketplace un filtro a scopo promozionale. E che dire del fatto che, a differenza di Instagram, Lovoon avrebbe il testo e quindi potrebbe piazzare pubblicità contestuali che Instagram non saprebbe come gestire a meno di non basarsi sui commenti (che sono abbastanza deboli semanticamente e perlopiù ripetitivi). Insomma, Lovoon era una grande idea. Ma arrivò anche quella nel momento sbagliato e dopo moltissimi dubbi, decisi che dovevo condurre in porto Passpack e per ora non se ne faceva niente.

A seguire, venne fuori Tweegram che affrontava lo stesso problema risolvendolo in maniera limitata e senza un grande visione dietro, ma non senza una certa utilità. Qualcos’altro arriverà anche stavolta.

* * *

Abbandonato Lovoon, cerco di stringere con Passpack e arrivano mesi piuttosto intensi. Per l’ennesima volta torna la questione della SRL e della C-corp e per l’ennesima volta tutto resta uguale. Stavolta, grazie all’interesse di un CEO a quattro stelle e ai suoi rapporti coi grandi VC dell’area, ipotizzo addirittura di rilevare le quote degli altri e proseguire da solo. Ma nessuno coglie la prospettiva, il CEO opta per un altro progetto e tutto sfuma.

Ed arriviamo ad oggi.

Da qualche mese sto lavorando su un importante deal con un partner europeo che se va come si aspetta il partner dovrebbe farci vendere 200mila bundle nel 2012. Cioè dovrebbe portarci circa 1 milione e mezzo di euro di revenues in più nel prossimo anno. Ma c’è un problema: sono stanco, veramente stanco.

Non stanco in assoluto, stanco di rigirare sempre la stessa frittata. Faccio fatica a tenere il focus. Dopo quasi cinque anni di lavoro le mie capacità di restare concentrato stanno saltando. E come sempre, quando succede così, mi si mette in moto il cervello.

Supponiamo che stavolta mi sia venuta un’idea veramente disruptive, di quelle che potresti creare the next big thing. E supponiamo che sia talmente virale che si potrebbe boostrappare senza neanche cercare fondi. Supponiamo inoltre che io l’idea l’abbia avuto un anno fa e me la sia scordata del tutto e ricordata solo recentemente dopo essermi scontrato con un grosso problema e quindi qualcun altro potrebbe starci già sopra e non c’è tempo da perdere. Supponiamo infine che per sua natura si tratti di qualcosa che non ammetterà cloni e pertanto il secondo che arriva potrebbe restare fuori dai giochi.

Facciamo che l’ho sparata grossa e non stia dicendo veramente sul serio, che sia solo una ipotesi. Ma se avessi un’idea di questa portata, dopo aver rinunciato a così tante cose in questi anni, malgrado gli innegabili sviluppi di Passpack, secondo voi dovrei rinunciare a qualcosa che potrebbe cambiare il mondo?

* * *

Lo so che vi aspettate una conclusione. Ma non c’è. Volevo solo fare un riassunto di un periodo importante ponendo l’accento su quello che tecnicamente si chiama Opportunity Cost. Per il resto chi lo sa come andranno le cose nel mondo nei prossimi anni. Con l’irrimediabile declino dell’impero occidentale, il ritrovato impero cinese e l’ascesa dell’impero meridionale cambieranno tante di quelle cose che sarà difficile ricordarsi fra dieci anni di come stiamo e cosa siamo adesso.

In tutto questo bailamme, io spero che me la cavo.

E voi invece? Qual’è l’opportunity cost che avete pagato, se lo avete pagato?

Written by Sullof