AVVERTIMENTO. Questo è il post più lungo che abbia mai scritto. A rileggerlo ci ho messo venti minuti. Prendetevi il tempo che vi serve e regolatevi.
Non so se vi ho mai raccontato come mi venne l’idea di Passpack.
Eravamo in viaggio di nozze, Tara ed io, a New York. Lì c’è il grosso della sua famiglia. Eravamo belli e contenti. Ma era il 2003 e facevamo ambedue i freelance. Così il terzo giorno mi chiama un cliente e mi dice che il suo server è andato giù, morto, sparito, scoppiato. Qualcuno dei suoi aveva fatto un casino e cancellato qualcosa. Avrei voluto fare finta di niente ma oltre che un cliente era anche un amico e non me la sono sentita. Ma non avevo le password. Solo due giorni dopo lui me le invia, per email, e gli fisso il problema.
Lì ho capito che mi serviva una soluzione migliore di quella che usavo per la gestione delle password. Perché sì, un password manager ce lo avevo, ma non avevo pensato di portarmelo dietro in luna di miele. Non credo debba spiegarvi come mai :)
Quando tornammo in Italia mi dissi che doveva esserci un modo per risolvere il problema online. Ci pensai per un po’ ma veramente non trovavo un modo per fidarmi del provider o bypassarlo.
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Passano tre anni. Nell’estate del 2006, siamo di nuovo negli USA, stavolta alle Hawaii, con mezza famiglia di Tara. Anche stavolta, a metà vacanza, arriva un’altra chiamata urgente. Stavolta mi ero portato dietro il mio portatile, e non c’era problema ma certo che un sistema online sarebbe stato ben altra cosa. E così ripresi a pensarci.
L’idea di cifrare tutto nel browser mi venne casualmente al ritorno in Italia, incappando in una libreria AES in Javascript scritta da Chris Veness. Quella era la soluzione. Passpack venne naturalmente, come ovvia conseguenza di quell’intuizione di base. Solo mesi dopo, scoprii che quel pattern aveva un nome che qualcuno aveva scelto anni prima, ipotizzando un particolare approccio ai dati. E solo mesi dopo scoprii che contemporaneamente c’erano altri due team che stavano lavorando sulla stessa idea. Fra questi gli amici di Clipperz.
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Quando cominciai a parlare in giro di questa idea delle password online i pareri furono abbastanza contrastanti. Dal “sei completamente fuori” di Tara, al “molto interessante” di qualcun altro. In mezzo, l’interesse di Nicola Mattina. Lui aveva un altro progetto in testa: un aggregatore (che allora andavano di moda) che fosse in grado di capire i tuoi interessi e suggerirti gli articoli da leggere (e questa era innovazione pura). Ma per funzionare il suo juice richiedeva massa critica. Al contrario, il password manager online se anche avesse avuto un solo utente, avrebbe avuto un utente contento. E fu così che Tara trovò il nome giusto e partimmo con Passpack.
Allora neanche leggevo TechCrunch e simili e stavo un po’ fuori dal mondo. Neanche sapevo che volesse dire Startup e neanche sapevo di essere stato uno startupparo per anni, solo con un nome diverso. Così quando avevo scoperto Twitter era stato perché ero venuto a contatto con Campfire, di 37Signals, ma non era quello che volevo. Mi sarebbe piaciuto avere una chat permanente e pubblica. E cercando questa chat scoprii Twitter.
E scoprii anche Pownce, Jaiku e tanti altri sistemi molto interessanti. Ma Twitter era il mio preferito perché era veramente semplice. Dopo un po’ che l’usavo però ebbi come la certezza che come chat non è che fosse granché, forse ancora doveva trovare il suo motivo d’essere. A me sarebbe servito con qualcosa in più. Mi ci voleva, come dire, un twitter per aziende.
Ne parlai con Tara e Nicola ma ambedue me lo bocciarono senza pietà. Nicola in particolare mi chiedeva come lo monetizzavo un coso così. Perché mai avrebbe dovuto pagare un’azienda se poteva usare a gratis wiki vari, Twitter e via dicendo? Provai a convincerlo ma lui era quello che ne sapeva di più di startup. E mollai.
Quando circa un anno dopo venne fuori Yammer me li sarei mangiati. Del resto Nicola nel frattempo ci aveva lasciato per concentrarsi su Elastic e con Tara non me la potevo prendere, con le mogli ogni rischio si eleva a potenza.
Perché vi ho raccontato questi due episodi? Perché da quando ho avviato Passpack è stato un susseguirsi di opportunità perse. Un sequela di buone idee che sono rimaste idee perché con l’impegno richiesto da Passpack era impossibile pensare di poter fare altro. Quella scelta iniziale di optare per il password manager anziché per il microblogging aziendale fu decisiva.
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Nel 2007 fui talmente preso da Passpack che ebbi poco tempo da dedicare ad altro. Soprattutto sviluppare il prodotto, competere sulla piazza internazionale con un altro prodotto italiano (senza che la stampa italiana ci considerasse minimamente) era molto eccitante. Ed eccitante era rendersi conto di essere parte di qualcosa che cercava di cambiare il mondo. E… il mondo se ne accorgeva e ci dava attenzione.
Il 2007 fu un anno bellissimo. Memorabile. Rilasci a non finire. La scoperta del venture capital. I debiti che cominciavano a farsi sentire. I primi contatti con gli investitori. Quindi gli incontri con l’IBAN ed a seguire con Italian Angels for Growth e dPixel, altre due startup a loro modo.
Non ci fu tempo di avere altre idee anche perché quelle che avevo mi bastavano ed avanzavano. Con Tara avevamo una chiara visione di ciò che si poteva sviluppare nei prossimi tre anni, per arrivare a creare una piattaforma su cui chiunque avrebbe potuto creare facilmente applicazioni sicure, a prova di bomba. Il nostro business plan conteneva tutto ciò. Era talmente credibile che ci credettero in tanti e trovammo i fondi. Da ZMV.
Noi eravamo in assoluta buona fede, ma loro comunque fecero male a crederci e si assunsero un rischio a cui non erano preparati perché anche loro troppo giovani. I problemi vennero quando le cose si rivelarono essere diverse da come le avevamo pensate. Di quello che venne dopo credo di averne parlato tante volte. Quello che forse non ho mai detto è che se invece di 350mila euro ne avessimo presi 60mila avremmo fatto di più e meglio. Che cioè da allora ho capito che la regola deve essere: “prendi il minimo necessario a fare le cose che devi fare. Non un euro in più.”
Ci sono molte ragioni dietro questo consiglio, ma ci vorrebbe un intero post per spiegarle tutte e qui voglio parlare invece di idee ed opportunità perdute.
Quando ad agosto mi fu chiaro che con quel progetto Passpack non sarebbe potuto andare molto lontano, o quantomeno lo avrebbe fatto molto velocemente, mi si riavviò il cervello e riattaccai a pensare ad altre idee, sviluppi, non so, qualsiasi cosa che potesse funzionare.
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Il problema principale di Passpack, ad agosto 2008, si chiamava LastPass. I 4 fondatori avevano venduto la loro precedente avventura per 50 milioni di dollari. Oltre ad essere quindi sviluppatori esperti erano anche ben dotati di cash. Noi invece cercavamo disperatamente di trovare gente in gamba da assumere con scarsi risultati. Come avremmo potuto competere? Oltretutto quelli di LastPass si erano studiati perfettamente la situazione ed avevano messo insieme il meglio di Roboform, un plugin per il browser, e di sistemi online come Passpack e Clipperz, ed avevano prodotto un plugin per Firefox con dati e accesso online.
A me non piaceva Roboform e quindi da subito non piacque neanche LastPass ma ne riconobbi la forza d’urto. Come difendersi se non si poteva competere? Bisognava anticipare i tempi e muoversi in direzioni previste per il futuro prima che fosse troppo tardi. In fondo il piano finale puntava al privacy gateway, ed allora tanto valeva guardare subito a quell’obiettivo.
Per avviare lo sharing dei dati, per prima cosa c’era da gestire lo scambio di chiavi fra gli utenti. Per testare tale scambio, quale modo migliore di implementare un sistema di messaggi? Fu così che a settembre sviluppai il “secure messaging system” di Passpack. L’idea era di introdurre a seguire gli allegati ai messaggi e quindi sfilarci dalla gestione nuda e cruda delle password ed andare verso lo storage online di microdati generici e di file sensibili.
Subito dopo avviai le consultazioni con i consiglieri di amministrazione per porre l’accento su come secondo me bisognasse andare verso i messaggi, cioè qualcosa che la gente capiva bene, per distanziarci da sistemi come LastPass dal momento che non potevamo competere.
Da lì a poco venne il primo grande scontro coi nostri investitori. Il nostro tutor era un ammiratore di LastPass, sono certo che lo considerasse molto meglio di Passpack (e il seguito gli darebbe ragione), e spingeva pesantemente perché dessimo l’incarico a qualcuno out source di sviluppare il plugin. Io provai in tutti i modi a trovare qualcuno che desse garanzie decenti di fare il lavoro ma non trovai nulla. Sono fumo. Al primo approccio c’era l’interesse, quando gli davi un po’ di dettagli, la complessità del codice scoraggiava tutti e venivano fuori cifre mostruose. In seguito, a fine ottobre, assunsi una persona appositamente a quello scopo. Ma era un incarico troppo gravoso per uno solo e non ne uscì nulla.
Le polemiche avevano ritmi giornalieri. Cercavo di far capire che con le password ci saremmo chiusi in un vicolo cieco ma ero solo, anche Tara pensava che stessi sbagliando il tiro. E gli altri oramai mi consideravano da un pezzo uno fuori di testa, inaffidabile, incontrollabile. Così ci limitammo ad uscire dalla beta, ai primi di novembre, e rilasciare la prima modalità di sharing, che in realtà allegava le password ai messaggi per passarle da un utente ad un altro. Lo sharing vero e proprio sarebbe venuto fuori solo nella primavera dell’anno successivo ed avrebbe avviato la crescita vera di Passpack, offrendo finalmente un prodotto che le piccole aziende erano interessate a comprare.
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In quell’autunno del 2008, pensavo e ripensavo a come riutilizzare la tecnologia di Passpack per fare altro, finché un giorno mi scontrai con un problema: un amico aveva cambiato numero telefonico e non c’era verso di rintracciarlo. Certo lui non poteva scrivere il suo numero sul suo sito. Ma se poi non rispondeva all’email ci doveva essere un modo per risolvere questo problema. Dall’altra parte la mia home sul mio dominio personale era diventata una sorta di lista di progetti.
Pensai che ci voleva un servizio che ti desse la possibilità di crearti una pagina personale bella e sintetica, con una lista dei tuoi progetti e dei social network di cui facevi parte, un modulo di contatti e giusto qualcos’altro. In aggiunta, usando un approccio alla Passpack, se un altro utente fosse arrivato sulla tua pagina, a seconda dei vostri diritti reciproci avrebbe potuto vedere anche dati riservati, come il numero di telefono. E per funzionare bene doveva essere superfigo e doveva aiutare gli altri a trovarti.
Ero certo che qualcosa che cifrasse i dati riservati come pensavo io non esistesse, perché noi eravamo l’innovazione in quel ramo, però qualcosa di personale doveva esserci. Invece la cosa che si avvicinava di più era qualche sistema legato ad OpenID. Allora mi dissi che si poteva fare e registrai il dominio findame.com. Quindi, visto che c’ero, acquistai anche finda.me per 50 sterline. Avevo tutto ciò che mi serviva. Restava da parlarne coi nostri e convincerli a creare un altro prodotto da aggiungere al password manager. Prima di farlo però dovevo validare l’idea, già mi vedevano come un pazzo, pensa se mi presentavo con FindaMe ad un CdA.
Così ne parlai in giro e raccontai l’idea a un sacco di gente. Ma a nessuno sembrava interessare. Le critiche più sonore le ricevetti da Tara e da Antonio Leonforte (allora eravamo compagni d’ufficio con FHoster). Ne parlai con loro come di una idea mia, alternativa a Passpack, per non complicare le cose. Ma i risultati fur0no talmente deludenti che alla fine mollai. Quando l’anno successivo vennero fuori prima Card.ly (poi acquisita da Workface) e Flavors e quindi molto dopo About.me, ebbi la conferma che l’idea, checché ne pensassero quasi tutti, era buona. Eppure nessuna di quelle startup venute fuori sullo stesso principio risolveva un vero problema. About.me, per dire, che problema risolve? Il mio FindaMe avrebbe offerto la vetrina, ma anche una porta di accesso ai tuoi dati personali, risolvendo innumerevoli casistiche. Prima o poi beccherò Tony Conrad da qualche parte…
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Il 2009 fu un anno molto difficile per noi, con un burn rate ridotto a cifre ridicole e i nostri debiti personali che crescevano peggio dello spread fra Btp italiani e Bund tedeschi degli ultimi tempi. Ma eravamo passati a Mind The Bridge e Tara andò per due settimane in California a cercare di capire come far evolvere Passpack. Io nel frattempo lavoravo assiduamente sullo sharing. A maggio rilasciammo il piano Group insieme allo sharing e ci fu un aumento significativo delle vendite, confermando le mie ipotesi sul valore aggiunto di Passpack per le piccolissime imprese.
In quell’anno fui nuovamente molto concentrato su Passpack. Purtroppo non c’era verso di cambiare direzione, ma quantomeno potevo potenziare il sistema. Tante le idee su possibili evoluzioni, ma ogni volta a scontrarsi con la mancanza di risorse e la volontà generale a livello di CdA di non discostarsi dal “core business”.
A luglio, mentre stavamo per ricevere un bridge di investimento da parte di ZMV, ci contattarono alcuni manager californiani interessati in qualche maniera ad usare la nostra tecnologia per sviluppare qualcosa in campo medico. Avevano un problema da risolvere e pensavano che in qualche maniera Passpack potesse offrire una soluzione. Il problema era (ed è ancora oggi) il trasferimento di dati fra clinica, paziente, medico, laboratorio.
Scoprimmo che malgrado i formati digitali la pratica comune fra piccole strutture era usare stampe cartacee o DVD da dare a mano al paziente o da inviare via corriere alla clinica, l’ospedale, ecc. Un processo inefficiente, costoso e pieno di complicazioni. Studiammo a fondo la questione ed elaborammo una soluzione: CareBind. E stavolta i nostri erano finalmente pronti a guardare ad un altro prodotto. Hurrah!
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CareBind era un sistema che permetteva di inviare i dati cifrati e certificati fra le diverse strutture con una interfaccia alla Skype e dietro una tecnologia complessa con tanto di API ed SDK che consentisse a tutti i produttori di EHR di usare CareBind per gestire l’invio e la ricezione di dati sensibili fra le diverse strutture. Insomma, il nostro prodotto avrebbe risolto il maggior problema del mondo Health Care americano. Io studiai tutto il prodotto sul piano tecnico. Si poteva fare. Tara lavorò su tutto il resto ottenendo in tre soli mesi risultati spettacolari. Ma non ne facemmo nulla.
Malgrado fosse riuscita a formalizzare il progetto, trovare alcuni advisor di peso, convincere un importante medico a fare da CEO, stringere un accordo con una società con 25mila clienti per il pilot del prodotto, ecc. ecc. malgrado tutto ciò ci scontrammo con la mancanza di fondi.
Non ci voleva tanto. Per montare il pilot e raggiungere nei primi sei mesi le prime 5 grosse cliniche nello stato di New York, grazie all’accordo con X (che non posso citare per questioni di NDA) ci servivano 150mila dollari. Gli angels americani volevano che incorporassimo negli USA per darci credito, quelli italiani pensavano il prodotto come se dovessimo lanciarlo in Italia, cioè senza considerare l’enorme differenza che c’è fra un paese dove la sanità è pubblica ed uno dove tutto è privato e cambi medico ad ogni visita in base a questioni di costi, copertura assicurativa, ecc.
Il risultato fu che tutti gli italiani ci bocciarono e, poiché ancora adesso Passpack è una SRL, gli americani alla fine ci considerarono poco seri. Il loro commento tipico era: “per fare questo business dovete incorporare qui. Be’, cominciate ad incorporare, poi tornate e ne parliamo con calma”. Una cosa che magari sapete ma magari no è che negli USA non puoi andare a chiedere fondi come fai in Italia. Qui ci sono leggi precisissime che fanno sì che se vendi quote di una qualsiasi società devi farlo sotto l’ombrello di una società esistente. Una SRL, per capirci, qui negli USA è un’entità inesistente. Quindi se vai a cercare di vendere quote di una SRL (cioè se cerchi investitori) lo fai sotto la tua personale responsabilità e rischi serissimi problemi legali. Del resto gli investitori non possono impegnarsi con te in alcun modo perché non essendo legittima la tua richiesta, se loro ti firmassero anche una semplice lettera d’intenti, cadrebbero in una posizione di liability. Insomma, è un cane che si morde la coda, senza un C-corp alle spalle, il gran lavoro di Tara risultò essere del tutto inutile.
Recentemente, parlandone con Alex Khomenko, un amico qui a Sunfire Offices, Tara ha scoperto che lui sta lavorando per una società che sta sviluppando una cosa che è talmente uguale a CareBind che ti verrebbe quasi il dubbio che qualche investitore di quelli contattati abbia passato slide ed executive summary a qualche amico per fargli montare il prodotto. E, detto per inciso, visto che il progetto è morto, se anche fosse veramente così, sarebbe assolutamente lecito. Perché lo spettacolo deve andare avanti.
Che dire? Se incontrate Tara per strada non le parlate di CareBind, potrebbe staccarvi un orecchio con un morso. Ma non divaghiamo.
A dicembre del 2009, una volta assodato che questa C-corp non la si sarebbe fondata, Tara tornò in Italia e insieme cercammo di trovare fondi qui. Come dicevo sopra, non avemmo successo. Come sempre in casi di crisi a me il cervello riattaccò a lavorare per trovare qualcos’altro da fare in alternativa. Il fatto è che le idee mica vengono così, per infusione divina. A me vengono sempre come soluzione di un problema. Senza problemi da risolvere, niente idee. Per fortuna i problemi non mancano mai.
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Da un po’ di tempo sentivo l’esigenza di avere uno strumento che mi permettesse di organizzare meglio le cose che mi interessavano su Internet. Un blog era insufficiente, per quanto ci buttassi dentro i feed di Twitter e qualche RSS, ci voleva qualcos’altro. Sempre più andavo notando che la gente si stava trasformando e stesse passando da creatore di contenuti a curatore di contenuti, cioè stesse passando dal autore a editore. E non c’era nulla che soddisfava questo cambiamento. La mia soluzione si chiamava Yoozine. E per la vostra gioia allego qui il Pdf che feci girare per amici e investitori.
Non lo feci vedere ai nostri investitori perché i rapporti erano molto difficili e pensavo che non avrebbero capito la mia esigenza di pensare al futuro nel caso doloroso che avessimo dovuto liquidare Passpack. Del resto se non riuscivano ad accettare l’idea di deviare un filo dal core business iniziale come potevano considerare qualcosa di affatto diverso? Del resto avevo i miei motivi per pensare ad altro. Il rischio di dover chiudere Passpack era altissimo. Continuavamo a bruciare cash e un eventuale break-even non si vedeva all’orizzonte. Se avessimo chiuso, Tara ed io saremmo rimasti senza nulla da fare e con una marea di debiti. Dovevo pensare un’alternativa. Credo sia parte del come funziona un impreditore :)
Yoozine, in quel momento era la mia alternativa.
Ne parlai solo con gli investitori che ritenevo più illuminati, ma tutti mi risposero picche. In particolare un investitore milanese, che non cito per discrezione, si lasciò sfuggire un commento del tipo “ma dai, Francesco e Tara li conosciamo, sono quelli di Passpack, dove vuoi che vadano?” Dietro un commento così c’è tutta la visione italica del fallimento come colpa insanabile anziché come esperienza fondamentale di crescita. Per dirla in una frase qui negli USA uno che ha fallito è un imprenditore esperto che la prossima volta ha alte probabilità di fare bene, in Italia è un perdente senza scampo. Insomma, non se ne venne fuori. E pensare che andavo cercando giusto un microseed di 20mila euro.
Nello specifico c’è da dire che noi non avevamo fallito, tant’è che stiamo ancora in piedi. Avevamo però fallito, dal loro punto di vista, quella crescita che si era ipotizzato. Il perché non aveva alcuna importanza.
Se non avessi avuto Passpack da portare avanti, probabilmente mi sarei fatto altri debiti e Yoozine me lo sarei sviluppato. Ma con Passpack da condurre in porto (e prima o poi ci arriverà, perché io sono calabrese e non mollo) non avevo abbastanza risorse e dovetti abbandonare l’idea. Quando poi da li a qualche mese uscì la prima versione di Paper.li e si avviò il discorso di questo nuovo tipo di aggregatori mi dissi “eccoci alle solite, anche stavolta mi sono perso un’opportunità”. L’evoluzione successiva, l’arrivo di prodotti come Storify o Scoop It! o anche, recentemente, Searcheeze del mio amico Stefano, e altri servizi in quella direzione, confermava che l’idea era buona e sarebbe stato il caso di farci qualcosa. Del resto, come vedrete dal Pdf, nessuno ha ancora realizzato qualcosa che faccia esattamente quello che voleva fare Yoozine. E forse ci sarebbe ancora spazio :)
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Nel 2010 le idee mi giravano per la testa come fiocchi di neve in una tempesta. Non ve le racconto tutte altrimenti scrivo un romanzo. Una particolarmente interessante era Twilly (per la quale spesi anche 100 dollari per comprare il dominio twil.ly che poi ho lasciato scadere per inutilizzo). L’idea di Twilly era anche stavolta la soluzione ad un problema.
Ho un blog e faccio fatica a far girare i miei post. La gente lascia commenti ma non mi riesce di avere abbastanza visibilità. Come faccio a migliorare la resa di ogni post?
Pensa che ti ripensa mi è venuta l’idea di Twilly. Il nome era mutuato da Willy The Worms. L’idea era costruire un nuovo sistema di commenti basati su Twitter, in modo che ogni commento è un tweet e quindi oltre che arricchire la conversazione crea visibilità. Per individuare i post mi ero studiato un meccanismo tipo url shortener per cui un certo blog era individuato, per dire, da twil.ly/aX ed un certo articolo da twil.ly/aX/e5. In questa maniera mi basta cercare su Twitter e beccare tutti i commenti su quello specifico post, ma anche tutti quelli relativi a quel blog. E dico blog solo per fare un esempio di contenitore.
Non entro nei dettagli, ma il sistema secondo me poteva far lievitare notevolmente il numero di tweet, risolvendo anche uno dei maggiori problemi di Twitter che è quello che si tweetta poco. Sembra strano a sentirlo, ma se ne parlate con qualcuno di Twitter, vi conferma che tutti i loro sforzi sono orientati ad aumentare il numero di tweet e far tweettare anche tutti gli utenti silenti.
Anche su Twilly ebbi una sfilza di pareri negativi. Stavolta però Tara (come già per Yoozine) trovava che fosse una buona idea.
Potete forse immaginare invece le critiche negative, a partire dall’onnipresente “c’è già Disqus” che non coglie il cuore dell’idea e dimostra una totale incapacità di capire i processi sociali. Va be’, anche stavolta Passpack non mi lasciava spazio. Mi limitai a registrare il dominio e parlarne qua e là con chi mi capitava a tiro. Quando poi Facebook introdusse i commenti qualcuno che ora non mi ricordo mi scrisse per dirmi: “hai visto i commenti di Facebook? Mi sembrano la stessa cosa di Twilly ma applicata a Facebook anziché a Twitter”.
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A maggio 2010 ci stavamo organizzando per trasferirci negli Stati Uniti. Scelta definitiva. Radicale.
Arrivati qui, a settembre, ci ritrovammo a scontrarci con il problema di sempre. C’erano parecchi investitori che potevano entrare in Passpack ma a sentire che non avevamo una società USA lasciavano cadere il discorso rimandandolo a quando l’avremmo avuta.
In quel periodo, l’anno scorso, si parlava molto di news. Tutti a cerca un’idea per creare l’iTunes delle notizie. Ma nessuna idea che risolvesse il problema. Era anche il momento di Quora e del problema della quantità di conversazioni in giro fra cui districarsi. Come potete immaginare avevo le mie due belle soluzioni a tutti e due i problemi.
La mia idea per le news era proporre a Twitter di fare una cosa che adesso non vi dico perché essendo ancora, a distanza di un anno assolutamente valida, e potendo rappresentare una soluzione al problema epico della monetizzazione di Twitter, potrei decidere nei prossimi mesi di andargliela a proporre. Insomma, non ve la prendiate a male, ma questa per un altro po’ me la tengo per me. Se vi piace l’argomento Twitter, vi ho già regalato Twilly, no?
La soluzione per le conversazioni invece si chiamava Nutopica. L’idea era che tutte le conversazioni in giro sono centrate su gruppi di discussione. Ci sono persone che parlano di qualcosa all’interno di precise cerchie di interesse. Così diventa difficile estrapolare il topic dal gruppo stesso. E’ così per i forum ed è così anche per i Facebook groups, per non parlare di tutti i sistemi ristretti. L’idea di Nutopica era creare un sistema centrato sul topic, similmente, se volete, a Quora, ma con discussioni libere ed un sistema di scoring innovativo che consentiva di analizzare ogni contributo e mi dava la possibilità di prendere un thread con 1000 commenti e filtrarli e ridurli ai soli 20 che veramente per me sono rilevanti. Non mi dilungo sulla tecnologia che è un po’ complessa ma immaginate di star cercando di capire cosa la gente dice del nuovo modello di Nike. Come fareste adesso? Non è che sia facile. Ma se ci fosse uno strumento di discussione basato su topic e fortemente sociale che vi permette di individuare in pochi secondi i dieci pareri più rilevanti e quindi di analizzare gli sviluppi delle conversazioni incrociandoli con Twitter e Facebook e LinkedIN… be’, penso che se ci fosse questo strumento e voi foste Nike sareste disposti a spendere bei soldi per avervi accesso.
Di Nutopica ne ho parlato solo con altri imprenditori, prevalentemente qui nella Valley. L’idea, stavolta, forse perché siamo qui o forse perché è più facile capirne la portata, ebbe un certo successo. Ma il problema stavolta è il go-to-market. Come fare a creare la massa critica. Sì, avevo progettato un meccanismo virale, ma le conversazioni sono fatte di parole scritte che richiedono tempo per essere scritte. E la sua crescita non poteva che essere molto lenta. Se a questo ci aggiungiamo che mi sembrava che Quora si stesse spostando proprio in questa direzione, facile capire perché la lasciai semplicemente riposare in un cassetto. Poi, a dirla tutta, mi pare che Quora si sia invece fermata dove stava e, secondo me, se non cambia qualcosa non potrà fare altro che fallire.
Perché? Be’, perché è troppo formale e la gente non si arrischia a rispondere per non fare brutte figure, perché abbondano le domande con autorisposte (cioè lo spam) e perché Google quando cerco qualcosa mi offre sempre una buona risposta su StackOverflow ma mai su Quora e questo qualcosa vorrà dire.
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Quest’anno, in primavera, Passpack è andato a cash-flow break-even. In altre parole, non brucia più cash e al contrario ha del cash che si può usare per farlo crescere. Ma non è che con questo siano spariti i problemi. E le idee stanno sempre lì a lavorare nella testa. Come ho più volte scritto, sono un patito di Instagram. Avevo anche avviato un progettino in questa direzione, Instadiary, abbandonato stavolta perché i numeri non giustificavano il business (e tutto ciò che vedo in giro mi conferma di aver fatto bene a mollarlo). Ma con Instagram un problema ce l’ho: se voglio scrivere qualcosa come faccio? Al momento, parliamo di aprile, l’unica è scrivere qualcosa nel notepad, catturarla e schiaffarla dentro Instagram. Ma non è che ci si possa fare molto. Ed allora mi è venuto in mente che si potrebbe risolvere la cosa con una applicazione con un processo del tutto simile a Instagram, che scrivo un testo, gli applico un filtro e lo condivido in rete. Il nome scelto per l’idea è Lovoon. Perché l’amore è alla base della maggioranza delle cose che si vogliono dire e perché il target che ho pensato è fortemente orientato a Cina e Giappone… dove il sentimentalismo trionfa.
Stavolta creo un paio di mockup e li faccio girare fra amici. La risposta dipende dal sesso: i maschi restano abbastanza indifferenti, le femmine si esaltano e mi chiedono quando potranno usarlo. Hehe.
Mi convince e nottetempo avvio lo sviluppo. Imparo un sacco di cose che poi mi torneranno utili su Passpack (come sempre :). Monto una applicazioncina iniziale. Bella, senza alcun dubbio.
Il modello di business è semplice e potente. Mentre per le immagini non è che puoi creare filtri infiniti senza finire col creare brutte foto o che sembrano circa uguali, col testo puoi farci qualsiasi cosa. E quindi di filtri ne puoi creare quanti ne vuoi. Ed allora se 20 li metti nell’app e altri 100o li fai creare a terze parti e li spari in un marketplace hai fatto. Pensa a creare filtri appositi per gli asiatici ed è facile immaginare che botto potresti fare. Non solo, immagina che tu sia la Coca Cola che vuole mettere nel marketplace un suo filtro ad hoc, ovviamente gratis, per promuoversi. Be’, tu glielo fai mettere, ma gratis solo per gli utenti. Coca Cola deve pagare per mettere nel marketplace un filtro a scopo promozionale. E che dire del fatto che, a differenza di Instagram, Lovoon avrebbe il testo e quindi potrebbe piazzare pubblicità contestuali che Instagram non saprebbe come gestire a meno di non basarsi sui commenti (che sono abbastanza deboli semanticamente e perlopiù ripetitivi). Insomma, Lovoon era una grande idea. Ma arrivò anche quella nel momento sbagliato e dopo moltissimi dubbi, decisi che dovevo condurre in porto Passpack e per ora non se ne faceva niente.
A seguire, venne fuori Tweegram che affrontava lo stesso problema risolvendolo in maniera limitata e senza un grande visione dietro, ma non senza una certa utilità. Qualcos’altro arriverà anche stavolta.
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Abbandonato Lovoon, cerco di stringere con Passpack e arrivano mesi piuttosto intensi. Per l’ennesima volta torna la questione della SRL e della C-corp e per l’ennesima volta tutto resta uguale. Stavolta, grazie all’interesse di un CEO a quattro stelle e ai suoi rapporti coi grandi VC dell’area, ipotizzo addirittura di rilevare le quote degli altri e proseguire da solo. Ma nessuno coglie la prospettiva, il CEO opta per un altro progetto e tutto sfuma.
Ed arriviamo ad oggi.
Da qualche mese sto lavorando su un importante deal con un partner europeo che se va come si aspetta il partner dovrebbe farci vendere 200mila bundle nel 2012. Cioè dovrebbe portarci circa 1 milione e mezzo di euro di revenues in più nel prossimo anno. Ma c’è un problema: sono stanco, veramente stanco.
Non stanco in assoluto, stanco di rigirare sempre la stessa frittata. Faccio fatica a tenere il focus. Dopo quasi cinque anni di lavoro le mie capacità di restare concentrato stanno saltando. E come sempre, quando succede così, mi si mette in moto il cervello.
Supponiamo che stavolta mi sia venuta un’idea veramente disruptive, di quelle che potresti creare the next big thing. E supponiamo che sia talmente virale che si potrebbe boostrappare senza neanche cercare fondi. Supponiamo inoltre che io l’idea l’abbia avuto un anno fa e me la sia scordata del tutto e ricordata solo recentemente dopo essermi scontrato con un grosso problema e quindi qualcun altro potrebbe starci già sopra e non c’è tempo da perdere. Supponiamo infine che per sua natura si tratti di qualcosa che non ammetterà cloni e pertanto il secondo che arriva potrebbe restare fuori dai giochi.
Facciamo che l’ho sparata grossa e non stia dicendo veramente sul serio, che sia solo una ipotesi. Ma se avessi un’idea di questa portata, dopo aver rinunciato a così tante cose in questi anni, malgrado gli innegabili sviluppi di Passpack, secondo voi dovrei rinunciare a qualcosa che potrebbe cambiare il mondo?
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Lo so che vi aspettate una conclusione. Ma non c’è. Volevo solo fare un riassunto di un periodo importante ponendo l’accento su quello che tecnicamente si chiama Opportunity Cost. Per il resto chi lo sa come andranno le cose nel mondo nei prossimi anni. Con l’irrimediabile declino dell’impero occidentale, il ritrovato impero cinese e l’ascesa dell’impero meridionale cambieranno tante di quelle cose che sarà difficile ricordarsi fra dieci anni di come stiamo e cosa siamo adesso.
In tutto questo bailamme, io spero che me la cavo.
E voi invece? Qual’è l’opportunity cost che avete pagato, se lo avete pagato?